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lunedì 5 ottobre 2009

Hasankeyf












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venerdì 2 ottobre 2009

Cisterne rosse ın deserto

Piedi passano lenti e pesanti di sacchi, carrelli a spınta, passaporti alla mano. Qamıslı e' uno schianto dı spazzatura folgorata all'alba a due metrı dalla frontiera. La Siria sta gıa' dıetro ıl mıo sacco a spalla. La storıa suı banchı dı scuola ha ublıato dı menzıonarne la bellezza maestosa, colonnata e ıntarsıata su marmı e pıetre sperdute in deserto.
Scorrono via sotto occhi saturi di sabbia ingabbiati dietro ıl vetro di un bus la corsa deı bambını verso nıente, il rıposo dı donne per terra a gambe piegate, keffıah rosse attorno a motorını sbılenchı in autopsıa tra la polvere.
Ciuffi dı auto gialle in una praterıa di cemento, ripeteva un amıco ın accento francofono. I taxi di Aleppo non riposano nemmeno il venerdi. Ammaccati usano le trombe come navi pesanti in uscita dai porti.
Per le vie del souk senza straneri sciami di ınfantı come moscerini al crepuscolo corrono dietro. Crazy! Crazy! Woman! Woman! Fanno baccano come lattine appese al paraurti di un'auto di sposi in un matrimonio all'antica. Sı arrampıncano su per la cıttadella antıca. Per qualche lira promettono dı salıre piu' ın alto.
La fessura severa dei bourka libera sguardi indagatori. Dentro un cortıle nascosto le femmıne fumano sigarette e ciarlano. Sediette di paglia, veli sollevati, una tazza di caffe' sı rovescıa al bordo delle cıabatte, marmocchi offrono caramelle e fuggono via.
Lontano dall'urbanıta' fischiante, mattonı dı terra e cısterne rosse spezzano l'ocra. Sotto ıl Krak des Chevalıers sono petalı dı rosa.
Le colonne dı Afamea finivano dopo duemila metrı dı cammıno. Cinquemıla anni fa era lo scempio dı Ebla. Il crepuscolo del mattino ha tınto dı rosa Palmyra.
Dentro ıl sacco solo qualche sapone dı Aleppo. Non una pietra, non un pugno dı sabbıa, nemmeno un dattero d'avanzo.
Cosi strana oggi la Turchia. Sembrava quasi dı essere tornati a casa.

sabato 5 settembre 2009

Anatolia appena

Torno al mare adesso, quello vero, ma nel cuore dell'Anatolia camminavo su acqua e terra di sale, vasta come un nuovo deserto di neve bruciante sulle caviglie, silenzioso e mite come un mare che non esiste.
Tuz Golu l'abbiamo trovato dopo cento chai e infiniti sorrisi. Anime disperse tra mattoni di fango, donne con gonne e pantaloni e turban avvolgenti e zappe alle mani. Uomini in ramazan fumano sigarette nascoste dentro locali per backgammon. Deserto di donne a Eskil. Ultimo porto prima del grande lago bianco. Pregano, ci dicono. Ma il loro ramazan dura un anno intero.
Amaia ha chiesto che fanno tutte quelle donne sedute coi bambini e le giovani all'ombra del caravanserraglio di Sultanhani. Salutano i figli militari che scompariranno per quindici mesi. E così io capisco l'assenza di un sorriso nell'immagine imprigionata dal mio obiettivo. Scatto foto e quelle riempiono una pagina del mio taccuino coi loro indirizzi di casa perché io non dimentichi di inviare questo ricordo di partenza.
I ragazzi vanno e salutano dove un tempo era il riposo del cammello. Almanak è dove l'animale stanco da nove ore di cammino appoggia le zampe e si conforta. Ogni quaranta chilometri i sultani selgiuchidi vollero un caravanserraglio, con moschea e ristoro gratuito per i viaggiatori sulla via della seta. Oggi i bus si portano via i ragazzi della campagna perchè diventino difensori di una patria.
L'aria si fa solitaria in breve.
Alla sera osserviamo nel freddo e sotto gocce di pioggia, i dervisci di Konya rotanti e persi nel turbine, ma il centro è in equilibrio. Il corpo vorticoso non si perde nella tangente.
Amaia ha gli occhi silenziosi. Un uomo accanto vestito di un nero elegante risponde alle preghiere sacre e forse ha un figlio fra i ruotanti. Lo abita l'aria nobile di chi ha un motivo per essere fiero.
I cappelli delle fate mi colgono perché il paesaggio prima è una pianura secca. La Cappadocia è un nuovo immobile turbine di comignoli in tufo sui quali si affaccia il nostro guardare. Eravamo aride e ora siamo fatte di punte rocciose, con finestrelle e porte e altari sacri appesi e infilati nella pietra.
Riposo nell'ultima chiesa d'inchiostro rosso. Un disegno di mille anni fa mi guarda mentre siedo sola con in tasca le chiavi dei monaci antichi.
Una giovane donna mi viene a cercare. Ma stavo solo scrivendo, immobile nel regno delle cose che non ci sono più e che la mia immaginazione così limitata non riesce a scorgere.
Sono seduta nel punto esatto in cui il mio guardare s'è fermato.
E' così impossibile il passato?

Un bus mi ha sequestrato per diciassette ore.
Marmaris è il quartiere solito al quale tornare perché un pezzo di viaggio è finito. Amaia è a est. Frederic ci sarà a breve. Domingo e Nuria a passare una febbre violenta fra i cocuzzoli di Goreme.
La puzza di gasolio mi riporta in barca.
Marea. Cosa fai? Mezzaluna, gatta nera, è tornata anche se la luna è piena?

giovedì 20 agosto 2009

Riporto


Ecco. Un'altra barca ancora. E' un continuo approdare da mirare senza fretta per noi che da due giorni abbiamo rapito un corpo morto dal fondale per farne casa. Il resto è l'arrivare degli altri. Quasi sembra di avere confidenza. Un luogo passeggero cui appartenere un po' di più degli altri. So qual'è il miglior fruttivendolo del centro storico e pur non facendone uso, quale il miglior macellaio: Luce, che mi presterà per quindici giorni una bicicletta, me l'ha garantito.
Un suonatore di darbuka lo troveremo. Ne abbiamo scoperto qualcuno spalancarci finestre di sogno e svegliarci dal troppo raki che a me pareva tanto reinsaporirmi di marsigliesi e compagne fidate in pomeriggi cagliaritani.
Mi fanno cenno dalla banchina. Ho un amico che comunica per versi complessi e grammatiche squilibrate. Sulla terrazza di un bar di Marmaris non so cosa sia la Turchia e percepisco un caldo invadente che palpita sullo sterno.
Ricordo tutti gli amici, non ho preferenze, tranne che nel momento preciso in cui la testa si poggia su uno o sull'altro viso. Ci sono centinaia di alberi maestri appesi come stecche di shangay contrapposte al cielo di un leggero violetto. E fra i vari c'è il nostro. A sventolare col guidone rosso in testa.
Non so cosa stessero dicendomi dal fondo. Belle notizie? Mezzaluna ha forse riattraversato la passerella e adesso dorme arrotolata, nera e pelosa al giardinetto di dritta, fra la manichetta e il cavo blu dell'ormeggio?
Il mare ci ha riportati alla linea d'arresto. Superata con bordi di bolina abbiamo stappato champagne con bolle larghe, dicono non dei migliori.
Di tutti i luoghi tornerei al sarcofago bizantino, non per morirci ma per restare fra scogli e geranei a guardare l'acqua marina immaginandola prato terrestre come mille anni fa. Ripasserei con Amedhye sulla cima del castello a scegliere fazzoletti e foulard che a casa non tornerò a indossare. Resterei a guardare la testa del molo mentre donne attrezzate di braccia larghe e danzanti e gonne al vento richiamano naviganti perchè la notte sia consumata nell'impalpabile silenzio del porticciolo cui appartengono per razza e generazione.
Non hanno magie da regalare fatta eccezione per una cucina di pesce e verdure e brevi terrazze di legno da cui affacciarsi tra fiori e rari avventori.
Avanza un territorio ignoto agli angoli degli approdi cui stiamo aggrappati.
Ogni altro affare non è affar nostro.
Io insisterei e non è detto che non l'abbia vinta prima o poi su ciò che mi avvince.

sabato 1 agosto 2009

Fine delle campane

Abbiamo superato la barriera del suono. Cicale si affacciano sui lati delle montagne e spiccano di frastuono mentre noi passiamo le isole e dirigiamo sul fondo caldo della baia.
Dacta è un tavolo aperto sopra una piazza che sventola Ataturk. Selimiye ha le cime di poppa sopra ristoranti e un mercato di donne con occhi lunghi e gonne e verdura nuova da provare. Marmaris è il passeggìo notturno che riposa abbandonato ai sofà del mattino. Gocek ha solo due strade.
Il minareto non lo vedo. Devo cercarlo prima di pareggiare l'udito al senso degli occhi. Dicono sia registrato come le nostre campane ormai. Qualche sporadico canta ancora, ma è fato incontrarlo. Cose dell'interno, non più della costa abbagliata di luci e cianfrusaglie per turisti. Ma le campane non esistono e nessuno ne ha nostalgia.
Philippe è francese e ha dimenticato la Francia. Porta vino locale sulla tavola del nostro pozzetto. Cathy è canadese, viaggia sei mesi l'anno e stanotte dorme sulla barca affianco; beve della nostra birra che però è Efes. Ichnusa ne resta una bottiglia sola e non sappiamo ancora quando verrà la giusta occasione.
Tuycp mi porta dentro la moschea prima vestendomi di fazzoletto sul capo e gonna lunga e spogliandomi dei sandali greci. Gioca con le compagnette e si ferma, come addomesticata da precendenti incontri, davanti al mio obiettivo.
Firat continua a fare il cameriere nel piccolo ristorante di Marmaris, a servire piatti di melanzane, funghi, patate e riso; garantisce delizie e poi le serve su un piatto.
La cuoca è stanca. Siede sul gradino a cercarmi lo sguardo quando il mio già cercava il suo.
Ho camminato senza capire niente. Ho comprato borsellini rossi con luna e stella pensando di fare più mio un Paese sconosciuto. Ho contato i gatti di ogni angolo, ho confuso la coda di uno di loro per il ferro battuto di un tavolino. Ne ho confuso un altro per un borsa dimenticata su una pietra tombale.
Cecile vende argento e vuole ballare. Ho una darbuka che fa ballare anche i pochi cani che trovo. Tutti vogliono poggiarci le dita sopra. Occorre disciplinare gli arti e tamburellare non è un semplice movimento stizzoso. Certi turchi tamburellano benissimo, ma sono in pace.
Dietro il bancone mi parlano in lingua. Aspetto. Lascio che finiscano tutta l'incomprensibile frase. Poi chiedo se possono ripetere in italiano. Si scusano. Ci ritentano in inglese. Siamo mediterranei mi dicono. Non c'è niente di più simile a un turco di un italiano. Forse un sardo.
Sto lasciando nelle retrovie il meglio del mio pensiero. Non ho forza di tirarlo in coperta. L'aria bollente fa evaporare i concetti. Non c'è fortuna di vederli sgocciolare prima in parole.
Sono stanca di tanto stupore. Ho smesso lo stupore. Lo stupore è stupido a volte. Perchè dovrei amare un libro sacro sopra bambini che giocano e si lanciano rosari musulmani sui tappeti, anzichè il catechismo che Don Fenu ci impartiva nella sede di via Josto all'età di sette anni? Perchè dovrei snobbare i suoi sacramenti e sognare per un Corano altrui? Perché seni seuiyorum dovrebbe incantare più di I love you? Forse che si sprigioni più amore dalla forma delle singole lettere e dentro il loro mescolarsi?
E' suono. Come di cicale. Come di campane la domenica. Come di minareti al pomeriggio, alla sera e all'alba, ogni giorno, dopo i dj di Marmaris.
Philippe e Luce finirono il loro viaggio orizzontale a bordo del Pitawa-Ma e cominciarono quello verticale, scegliendo Turchia. Adesso c'è un motivo perchè dovremmo opporci a questo tipo di scelte? E c'è un motivo valido per confermarle?
Dov'è casa nostra? A quante miglia abbiamo lasciato l'abitudine dei nostri appuntamenti? In quanto tempo saremmo in grado di acquisirne di nuovi? E perchè mai poi?
L'ultima terra, poi c'è l'Europa. La differenza riposa stanca sulle panchine e porta fazzoletti in testa parlando ottomano. L'identità accetta euro e vende fazzoletti per tutti.
Non so cosa succeda più a est.

Sopra le sponde