La ventola del frigo che sfrigola è quel rumore che non si addice a una serata tranquilla in cui il tuo salotto è un porto. Ma diciamo che se la fermassi ne risentirebbero innanzitutto le birre, elementi, quelli, che invece si addicono molto ai momenti di fine corsa, o di pausa, o di stop. Per esempio quanto sarebbe diverso Arturo da ciò che è se al termine di un lungo giorno di strofinamento del ponte, non mi dicesse: "io credo, cara Roberta, che sia arrivato il momento. Tu credi che potremmo berci una birra?". L'accento tosco-campano rende ovviamente il tutto molto più credibile. E siccome lui non manca mai di chiedermi cosa credo a fine corsa e nemmeno di dirmi che lui crede nella birra defatigante, lui è lui. E io credo che un frigo, in tali occasioni, mi mancherebbe moltissimo. Anche se la ventola è più roba da retro di un ristorante che da dinette silenziosa dentro un porto a riposo.
Arturo e sua moglie sono tornati a casa. Al tavolo del carteggio non restano che dieci dita appollaiate sopra una tastiera (di cui quattro conserte mentre le altre fanno il lavoro). Io credo (certamente in tutte le birrette del mondo) che sarà difficile non dimenticare tante cose di quelle cose che stanno fuori una barca. Eppure una barca ti ricorda che non puoi dimenticare niente, nè tralasciare una pompa di sentina, nè la sagola del tendalino avvolta male, nè un parabordo lasciato nel gavone anzichè appeso alle draglie quando potrebbe mettersi vento. La barca ti dice solo di fare prima ciò che viene prima. E infine di aprire il frigo e stappare ciò che devi stappare.
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giovedì 28 maggio 2009
martedì 14 aprile 2009
Il tarlo del calzino
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Come raccontavo all'amico prodiere, tutto ha inizio da un calzino. Uno qualunque di quelli a righe che avevi al piede fino alla notte prima e che poi hai ritrovato in terra al mattino pensando "più tardi lo raccolgo". Passa un'ora e non l'hai raccolto, ne passano cinque e il calzino giace ancora sul pavimento accanto al letto. La sera, prima di andare a dormire, penserai che non succede niente se gliene lanci altri due affianco, ché in fondo è il pavimento il luogo in cui devono morire i calzini dopo averli consumati dentro le scarpe. Quindi li lanci e il giorno dopo a terra ne conti tre. E' finita: la casa che avevi pulito e ordinato con fatica e ore di tempo libero è sulla via della rovina. Il tarlo del caos è cominciato. E non riuscirai a fermarlo prima di molti e molti giorni, quando di calzini sul pavimento se ne saranno accumulati dieci, sedici, e in più ci saranno slip e magliette, scarpe da vela e stivali di camoscio, jeans da lavare e fazzoletti accartocciati sulle scrivanie, canestrelli sulla tovaglia e tirabushon accanto a bottiglie vuote, tazzine di caffè ferme a bordo tastiera, mollette per capelli e forbici fuori posto, agende e taccuini, fogli sparsi e ricette mediche, appunti comunali e carte nautiche, mappe petrolchimiche e guantini per randisti. Infine mettici un gatto.
Un gatto nuovo nuovo che ti hanno prestato per vacanze in angloterre. E metti che a quel gatto il caos piaccia parecchio e ami l'idea di svilupparlo e sviscerarlo fino all'ultima sua componente più depravata. Troverai il gatto nell'armadio al posto delle scarpe che stanno fuori, troverai il gatto sul comò al posto del libro steso sul letto. Troverai il gatto e non lo troverai più perché si nasconde dentro il vortice del disordine.
Fuori invece ha smesso di ventilare. Fuori è tutto pulito. Il mare è piatto, la torre della Pelosa è ritta, il turchese è disteso senza scapigliature, una vela sbandata con lo scafo giallo ci corre sopra e non fa grinze. Ogni cosa è al suo posto. Manco solo io che per rimettere pace fra le cose m'infilo dentro il mare ghiacciato mentre improvviso una rana col costume rosso. Così ieri è cominciata la stagione del tepore ed era tutto di un ordine perfetto.
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