L'autunno di Punta Ala è desolato e buio a quest'ora. Il comandante è via per fiere e ritrovi di amici, il marinaio sbarcato da tempo. E' tempo adesso di pensare con più concretezza ai mesi che verranno, alle nuove destinazioni, a nuove navigazioni che saranno speriamo. Tutto è nuovo, da scoprire, da rivalutare, da prendere come un morso di cibo sconosciuto che si assapora per la prima volta.
Poco vento, aria frizzante, la solitudine impagabile, il pensiero corre avanti e indietro, ora attratto dalle morbide cose del pomeriggio appena trascorso, ora verso colonne d'Ercole da varcare nei prossimi tempi.
Ha scritto qualcuno che il mare è piccolo e io confermo, per questo viene voglia di vederlo tutto, sino in fondo, sin dove finisce e comincia la baia. Me lo insegna Mercatore che si può dare un nome a tutto e inciderlo sulle lastre di una mappa del mondo. Lo insegna lui che si può raggiungere qualunque geografia e dove non tocca lo sguardo, prolungare con dettagliata immaginazione.
Qui è l'autunno ed è una bella stagione.
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martedì 5 ottobre 2010
mercoledì 15 settembre 2010
Solvenze
Palermo un anno fa era città nuova di palazzi; discutevano uomini in affari nelle sale affrescate della provincia, i ticchettii delle tastiere rimbalzavano sulle pareti bianche degli stanzoni inventati per un giornale morto. Niente odori di mercati, non c'erano meuza nè panelle o sfinciuni, arancini, frittura, interiora vendute all'angolo di strade e i barbeque alla Vucciria furono visioni notturne troppo remote o soltanto di ieri. Come sarebbe apparsa Ballarò nell'ora d'aria non l'avrei saputa immaginare allora, quando Palermo non era stata niente di tutto il vapore di pentole con patate bollite che ti lasci adesso ai fianchi passare.
Siamo venuti dal largo. Abbiamo ingoiato le vele dopo onde nere e ventose sopra le correnti di Messina, accanto a traghetti prepotenti che passano interminabili davanti alla prua.
Siamo giunti in banchina, salati digiuni di piedi e sanpietrini, di passeggìo umano, di pesce venduto ai banconi. Avremo sputato un po' del nostro sangue per farci sorprendere nei vicoli di una città, e dopo aver aspettato che la grandine si sciogliesse sull'uscio della casa marina spremendoci per la voglia di andare abbiamo toccato terra risolvendoci per un poco dal mare. Il mare è disciolto alle spalle.
Elenchi di progetti passati si riaffacciano ai davanzali ma ho fogliole di basilico nuovo che spuntano dentro un vecchio vasetto.
"Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare./ Alla sera, che l'acqua si stende slavata/ e sfumata nel nulla, l'amico la fissa/ e io fisso l'amico e non parla nessuno". Cesare Pavese, Gente Spaesata
Siamo venuti dal largo. Abbiamo ingoiato le vele dopo onde nere e ventose sopra le correnti di Messina, accanto a traghetti prepotenti che passano interminabili davanti alla prua.
Siamo giunti in banchina, salati digiuni di piedi e sanpietrini, di passeggìo umano, di pesce venduto ai banconi. Avremo sputato un po' del nostro sangue per farci sorprendere nei vicoli di una città, e dopo aver aspettato che la grandine si sciogliesse sull'uscio della casa marina spremendoci per la voglia di andare abbiamo toccato terra risolvendoci per un poco dal mare. Il mare è disciolto alle spalle.
Elenchi di progetti passati si riaffacciano ai davanzali ma ho fogliole di basilico nuovo che spuntano dentro un vecchio vasetto.
"Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare./ Alla sera, che l'acqua si stende slavata/ e sfumata nel nulla, l'amico la fissa/ e io fisso l'amico e non parla nessuno". Cesare Pavese, Gente Spaesata
martedì 10 agosto 2010
Egeo ancora
Penso a questo spazio sempre, specie ora. Poi non ci arrivo perché seguo le vicissitudini dell'ora locale, Dodecanneso, Simi-Rodi, Rodi-Simi. Non c'è vela, non c'è vento, non c'è ombra che conforti l'equipaggio.
L'aria forte l'abbiamo lasciata il mese scorso. Ora comincia l'asfissia e non si intravede una fine concreta. Il comandante dice: non c'è tempo da perdere, è d'uopo esser lesti, necessaria la perfezione. Il comandante ordina: appennelliamo l'ancora, diamo fondo qui, diamo fondo li, salpiamo, pranziamo, filiamo un cavo di poppa, molliamo, silenzio, ordine, accidenti, lavastoviglie, lavatrice, non stendere, non sbattere, non dire falsa testimonianza, l'aria condizionata, il pensiero condizionato, l'umore condizionato, la prua, la poppa, diamo fondo, salpiamo, apriamo le vele, è tutto pronto per sbandare?
Il marinaio guarda il mare, sogna cose non sue, ha la testa piena di tutto, vorrebbe svuotarla, piscia nel gavone dell'ancora, non sa niente di come sta girando il mondo fuori dal mare, e ciò sembra tanto, ma è niente.
Siamo in pieno Egeo, l'abbiamo attraversato, sporcando i sogni del passato con un presente acerbo, malandato, splendente di novità, come sempre il presente ne porta. Di libri possiamo leggerne meno, leggiamo di letteratura e salti mortali, leggiamo di diritto, obbligazioni, persone fisiche e giuridiche, leggiamo a volte con la testa altrove, a volte abbiamo la testa sui libri e non sull'ancora che salpa. A volte l'ancora s'incastra ai fondali, a volte ricevere ordini suscita disordini. E' una navigazione teatrale, psicologica, molto, molto superficiale, meravigliosa ancora. Il nostro navigare è il luogo in cui sveliamo i segreti, li assopiamo, facciamo finta di niente, come un bambino già consapevole dell'eleganza civile, che si scaccoli comunque con due dita nel naso senza dare nell'occhio.
Siamo dei bugiardi con fondi di verità dentro il bicchiere, siamo gente stizzosa, allegra, malinconica, sensuale, audace, gente che ha del coraggio da vendere quando si tratta di celare la propria codardia. Facciamo programmi e non sappiamo su quale pentagramma accordarli. E non sappiamo scrivere. Sappiamo solo copiare, senza essere certi della nostra innocenza, e ce ne andiamo così. Qualcuno lacrima a prua, ma in breve il meltemi o un vento qualunque, un vento senza nome e senza letteratura, asciuga in fretta il pianto, vento vigliacco, dannato, non sa quanto tempo abbiamo impiegato a fabbricar lacrime, non sa quanto tempo è occorso per costruire il dolore di cui ci lagnamo. Ce ne andiamo domani e non sappiamo come rammaricarci stasera, vorremmo festeggiare l'addio con un pianto di disperazione e facendo l'amore piangendo sopra un sorriso senza destinazione, ma non abbiamo le stanze adatte per farlo, anche se siamo padroni di tutto.
L'equipaggio intanto non riesce a prendere sonno e brandeggia, poichè la branda, il giaciglio ai nostri sogni penzola da un lato e dall'altro in cerca di quiete. Ha guardato la luna nascere, crescere, levarsi e calare ancora, rimpicciolirsi, sudare come se il sole la importunasse scandalosamente.
E' possibile che siano trascorsi due mesi e la veranda del mio lungomare appartenga ad altri. E' possibile che abbia dimenticato qualcosa o qualcuno, ma l'oblio è solo accidentale e temporaneo. Una tazzina di ceramica sotto la finestra sporca di caffè, di un caffè lontano, di chissà quale mattino appena tiepido e piacevole, quand'era ancora primavera e non pensavo ad ordini e disordini. La primavera è degenerata da tempo. Non c'è posto migliore in cui stare.
L'aria forte l'abbiamo lasciata il mese scorso. Ora comincia l'asfissia e non si intravede una fine concreta. Il comandante dice: non c'è tempo da perdere, è d'uopo esser lesti, necessaria la perfezione. Il comandante ordina: appennelliamo l'ancora, diamo fondo qui, diamo fondo li, salpiamo, pranziamo, filiamo un cavo di poppa, molliamo, silenzio, ordine, accidenti, lavastoviglie, lavatrice, non stendere, non sbattere, non dire falsa testimonianza, l'aria condizionata, il pensiero condizionato, l'umore condizionato, la prua, la poppa, diamo fondo, salpiamo, apriamo le vele, è tutto pronto per sbandare?
Il marinaio guarda il mare, sogna cose non sue, ha la testa piena di tutto, vorrebbe svuotarla, piscia nel gavone dell'ancora, non sa niente di come sta girando il mondo fuori dal mare, e ciò sembra tanto, ma è niente.
Siamo in pieno Egeo, l'abbiamo attraversato, sporcando i sogni del passato con un presente acerbo, malandato, splendente di novità, come sempre il presente ne porta. Di libri possiamo leggerne meno, leggiamo di letteratura e salti mortali, leggiamo di diritto, obbligazioni, persone fisiche e giuridiche, leggiamo a volte con la testa altrove, a volte abbiamo la testa sui libri e non sull'ancora che salpa. A volte l'ancora s'incastra ai fondali, a volte ricevere ordini suscita disordini. E' una navigazione teatrale, psicologica, molto, molto superficiale, meravigliosa ancora. Il nostro navigare è il luogo in cui sveliamo i segreti, li assopiamo, facciamo finta di niente, come un bambino già consapevole dell'eleganza civile, che si scaccoli comunque con due dita nel naso senza dare nell'occhio.
Siamo dei bugiardi con fondi di verità dentro il bicchiere, siamo gente stizzosa, allegra, malinconica, sensuale, audace, gente che ha del coraggio da vendere quando si tratta di celare la propria codardia. Facciamo programmi e non sappiamo su quale pentagramma accordarli. E non sappiamo scrivere. Sappiamo solo copiare, senza essere certi della nostra innocenza, e ce ne andiamo così. Qualcuno lacrima a prua, ma in breve il meltemi o un vento qualunque, un vento senza nome e senza letteratura, asciuga in fretta il pianto, vento vigliacco, dannato, non sa quanto tempo abbiamo impiegato a fabbricar lacrime, non sa quanto tempo è occorso per costruire il dolore di cui ci lagnamo. Ce ne andiamo domani e non sappiamo come rammaricarci stasera, vorremmo festeggiare l'addio con un pianto di disperazione e facendo l'amore piangendo sopra un sorriso senza destinazione, ma non abbiamo le stanze adatte per farlo, anche se siamo padroni di tutto.
L'equipaggio intanto non riesce a prendere sonno e brandeggia, poichè la branda, il giaciglio ai nostri sogni penzola da un lato e dall'altro in cerca di quiete. Ha guardato la luna nascere, crescere, levarsi e calare ancora, rimpicciolirsi, sudare come se il sole la importunasse scandalosamente.
E' possibile che siano trascorsi due mesi e la veranda del mio lungomare appartenga ad altri. E' possibile che abbia dimenticato qualcosa o qualcuno, ma l'oblio è solo accidentale e temporaneo. Una tazzina di ceramica sotto la finestra sporca di caffè, di un caffè lontano, di chissà quale mattino appena tiepido e piacevole, quand'era ancora primavera e non pensavo ad ordini e disordini. La primavera è degenerata da tempo. Non c'è posto migliore in cui stare.
giovedì 20 agosto 2009
Riporto

Ecco. Un'altra barca ancora. E' un continuo approdare da mirare senza fretta per noi che da due giorni abbiamo rapito un corpo morto dal fondale per farne casa. Il resto è l'arrivare degli altri. Quasi sembra di avere confidenza. Un luogo passeggero cui appartenere un po' di più degli altri. So qual'è il miglior fruttivendolo del centro storico e pur non facendone uso, quale il miglior macellaio: Luce, che mi presterà per quindici giorni una bicicletta, me l'ha garantito.
Un suonatore di darbuka lo troveremo. Ne abbiamo scoperto qualcuno spalancarci finestre di sogno e svegliarci dal troppo raki che a me pareva tanto reinsaporirmi di marsigliesi e compagne fidate in pomeriggi cagliaritani.
Mi fanno cenno dalla banchina. Ho un amico che comunica per versi complessi e grammatiche squilibrate. Sulla terrazza di un bar di Marmaris non so cosa sia la Turchia e percepisco un caldo invadente che palpita sullo sterno.
Ricordo tutti gli amici, non ho preferenze, tranne che nel momento preciso in cui la testa si poggia su uno o sull'altro viso. Ci sono centinaia di alberi maestri appesi come stecche di shangay contrapposte al cielo di un leggero violetto. E fra i vari c'è il nostro. A sventolare col guidone rosso in testa.
Non so cosa stessero dicendomi dal fondo. Belle notizie? Mezzaluna ha forse riattraversato la passerella e adesso dorme arrotolata, nera e pelosa al giardinetto di dritta, fra la manichetta e il cavo blu dell'ormeggio?
Il mare ci ha riportati alla linea d'arresto. Superata con bordi di bolina abbiamo stappato champagne con bolle larghe, dicono non dei migliori.
Di tutti i luoghi tornerei al sarcofago bizantino, non per morirci ma per restare fra scogli e geranei a guardare l'acqua marina immaginandola prato terrestre come mille anni fa. Ripasserei con Amedhye sulla cima del castello a scegliere fazzoletti e foulard che a casa non tornerò a indossare. Resterei a guardare la testa del molo mentre donne attrezzate di braccia larghe e danzanti e gonne al vento richiamano naviganti perchè la notte sia consumata nell'impalpabile silenzio del porticciolo cui appartengono per razza e generazione.
Non hanno magie da regalare fatta eccezione per una cucina di pesce e verdure e brevi terrazze di legno da cui affacciarsi tra fiori e rari avventori.
Avanza un territorio ignoto agli angoli degli approdi cui stiamo aggrappati.
Ogni altro affare non è affar nostro.
Io insisterei e non è detto che non l'abbia vinta prima o poi su ciò che mi avvince.
sabato 18 aprile 2009
L'esigenza di partire
C'è il mare che brulica di pioggia. Sembra mosso da formiche impegnate ogni ora mentre noi guardiamo. C'è una canoa al largo che deve scappare perché l'acqua marina è piana, ma quella piovana perpendicolare e tagliente. C'è una barca che deve far rotta verso Alghero con una certa fretta. Quindi la cerata è pronta, il gatto resta a casa, il cane teme i tuoni e vorrebbe occupare il sotto del letto, magari piazziamo lo spi e facciamo prima. Magari arriviamo stanotte e non ci saranno stelle a brulicare il cielo che intanto non si leva la coperta di nuvole.
domenica 22 marzo 2009
L'abito del vento
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Di cose ventose ne ho sentite in questi giorni. Pressato dal greco al maestro l'equipaggio, nuovo alla navigazione, solo poche volte s'è fatto prendere da sconforto. L'entusiasmo ha stretto le mani, attorcigliato cime su verricelli opachi di sale, impastato genoa agli stralli in cappe filanti inattese. A volte ci ha aperto in farfalle e ali spiegate e dato la voglia di guardare negli occhi degli altri per restituirci in virata una domanda: "ora siamo in mezzo alle onde, ma cosa fai tu nella vita normale?".
A poche cose abbiamo risposto. Quelle più essenziali. Poiché contavano meglio le onde a dire qualcosa sui nostri difetti e sulle nostre virtù.
E non è nemmeno sempre stato entusiasmo ciò che ha condito lo stare insieme, stretti in un pozzetto ventilato, per tre giorni. Gente sconosciuta.
Gesuino, coi capelli bianchi, ora lo so chi è, mentre lo guardo mangiare filetti di salmone e gnocchetti con ragù di melanzane e pesce spada, in forchette eleganti e tovaglioli sui grembi; ma non lo sapevo mentre gli urlavo "nooooooo! non toccare la marcia. Guai a te!". In quel momento non era altro che un'iniziativa sbagliata presa in un momento nero. A tavola ogni documento d'identità personale tornava ad avere il senso di sempre. Tu sei questo, fai questo lavoro, sei il capo di un'azienda importante, sei il dirigente di una società carbonara. E io non un conducente specifico, ma una riccioletta dalle molte attività.
Assaporiamo del vino adesso e ogni viso è diverso da quello con cui avevo interagito sotto una randa mai troppo ben regolata. Nella grande sala di un hotel imperatore che s'affaccia sul mare di Alghero ogni corpo ha già assunto un'altra forma. A vestirci ora è l'abito comune, quello che avrei conosciuto per primo, se non ci fossero stati di mezzo il vento e una barca nuova da condurre.
A poche cose abbiamo risposto. Quelle più essenziali. Poiché contavano meglio le onde a dire qualcosa sui nostri difetti e sulle nostre virtù.
E non è nemmeno sempre stato entusiasmo ciò che ha condito lo stare insieme, stretti in un pozzetto ventilato, per tre giorni. Gente sconosciuta.
Gesuino, coi capelli bianchi, ora lo so chi è, mentre lo guardo mangiare filetti di salmone e gnocchetti con ragù di melanzane e pesce spada, in forchette eleganti e tovaglioli sui grembi; ma non lo sapevo mentre gli urlavo "nooooooo! non toccare la marcia. Guai a te!". In quel momento non era altro che un'iniziativa sbagliata presa in un momento nero. A tavola ogni documento d'identità personale tornava ad avere il senso di sempre. Tu sei questo, fai questo lavoro, sei il capo di un'azienda importante, sei il dirigente di una società carbonara. E io non un conducente specifico, ma una riccioletta dalle molte attività.
Assaporiamo del vino adesso e ogni viso è diverso da quello con cui avevo interagito sotto una randa mai troppo ben regolata. Nella grande sala di un hotel imperatore che s'affaccia sul mare di Alghero ogni corpo ha già assunto un'altra forma. A vestirci ora è l'abito comune, quello che avrei conosciuto per primo, se non ci fossero stati di mezzo il vento e una barca nuova da condurre.
mercoledì 24 dicembre 2008
Il cerchio dell'Onitron e suoi paradossi
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A Natale c'è chi corre a fare gli ultimi (o gli unici) due o tre regalini e c'è chi se ne sta chiuso a bordo, dentro la piccola dinette con la prua che avanza lenta verso l'occhio del ciclone, sopra la testa il Madagascar e davanti agli occhi l'oceano Indiano.
A Natale c'è chi si ritrova sul muretto di casa una bolletta della luce da pagare entro due giorni e c'è chi da due giorni non vede altro che foschia e anche se accende una lampadina non cambia nulla, quindi tanto vale lasciare tutto così com'è e l'Enel lasciarla a quel paese.
A Natale ci sono quelli che sperano di vedere sbarcare sul balcone di casa un paio di renne con santaclaus che porta i doni anche se non te li meriti, ma ci sono anche quelli che sperano tanto nella discrezione delle balene, le quali passando in branco sotto lo scafo della tua bagnarola sarebbe meglio non si concedessero in alcuna piroetta natalizia con colpo di coda finale.
In pratica c'è chi festeggia Natale e chi sta facendo sostanzialemente altro. Per esempio Piero e Vittorio Fresi a bordo del loro 10 metri, in navigazione da 109 giorni, sono entrati nell'oceano Indiano e attendono il vento. Collegati col satellitare sabato scorso babbo e figlio hanno fatto gli auguri al centinaio di amici riuniti per l'occasione al Cormorano di Porto Torres. Hanno, per adesso due ore di fuso in avanti, ma corrono verso l'Australia e aggiungono miglia di distanza fra il nostro Natale e il loro tempo.
Da oltre tre mesi non vedono terra, la loro casa è su una zolla iodata di sale e di acqua. Anche se si dice in culo alla balena penso che quando il branco di mammiferi gli è passato sotto la barca il culo l'hanno stretto loro.
Comunque mi sono informata dopo aver visto una foto in cui Piero s'ingozza con una forchettata di spaghetti grande quanto tutto Cape Town. Antonio l'altro figlio che li segue da terra assicura che la cambusa gioisce di pastasciutta. Qualche superalcolico lo hanno portato per combattere il freddo, qualche spumantino per brindare ai passaggi di capo e alla soluzione di situazioni complicate.
Due caratteri forti dice Antonio. A terra si scornano a volte sulle piccole cose. In barca ci penserà il mare a scornarli entrambi mettendoli in riga rispetto alla rotta, altrimenti detta vita.
Mi piace l'idea di pensare a qualcuno in mezzo agli oceani. è come avere il dono dell'ubiquità. In estate i Fresi li ritroveremo al pontile del Cormorano dopo un cerchio disegnato sull'acqua intorno al mondo. Se come diceva Aristotele accettiamo che il tempo sia diviso in istanti constateremo il paradosso che l'Onitron Autoprestige sia sempre stata ferma e contemporaneamente in ogni luogo di questo largo cerchio.
Buonvento!
mercoledì 12 novembre 2008
Precari senza vela
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Lunedì ho raccolto olive. Martedì ho portato un aspirante comandante a fare gli ormeggi in porto. Oggi preparerò la lezione del laboratorio di giornalismo. Domani metterò altra terra in giardino. Venerdì ho la lezione al classico. Sabato lavo le scale di casa. Forse. Però la mia testa macina di poter, un giorno di un novembre qualunque, volare sino a Las Palmas (Gran Canarie) e cercare un imbarco free per la grande attraversata che proprio in questi giorni attende sui moli e completa gli equipaggi. Se voi adesso potete e volete perchè non avete impegni con lezioni al liceo classico, olive da raccogliere, un giardino da sistemare, scale da lavare (e altre sciocchezze da vita precaria e quotidiana) cacchio! ma cosa state aspettando?? andate qui http://www.turismodecanarias.com/it/ahora-en-canarias/2008/11/17/arc---regata-transoceanica.
Io, se non sarò occupata con la mia precarietà, ci sarò il prossimo anno;-)
sabato 8 novembre 2008
Incidente al molo di Porto Torres
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Sono decine le barchette che la notte popolano l'ingresso del porto di Porto Torres, in attesa di portare a casa un bottino di pesce. Spesso senza regola. Spesso a luci spente. E sembra che proprio per evitare la collisione con una di queste imbarcazioni uno dei barcaioli ieri notte in servizio è finito sopra gli scogli rischiando la vita.
Intorno alle 22.30, mare calmo, visibilità discreta. L'uomo, un' esperto pilota, stava rientrando in porto dopo aver accompagnato alcune persone dell'equipaggio di una delle petroliere ferme davanti alla costa turritana. Improvvisamente si è reso conto che la sua rotta era in collisione con un'altra barca non lontano dall'ingresso del molo. Virando bruscamente per evitare lo scontro ha preso però in pieno la scogliera fratturandosi tre costole e procurandosi un trauma cranico e ferite alla bocca. Questa mattina le operazioni di recupero dell'imbarcazione.
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