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mercoledì 15 settembre 2010

Solvenze

Palermo un anno fa era città nuova di palazzi; discutevano uomini in affari nelle sale affrescate della provincia, i ticchettii delle tastiere rimbalzavano sulle pareti bianche degli stanzoni inventati per un giornale morto. Niente odori di mercati, non c'erano meuza nè panelle o sfinciuni, arancini, frittura, interiora vendute all'angolo di strade e i barbeque alla Vucciria furono visioni notturne troppo remote o soltanto di ieri. Come sarebbe apparsa Ballarò nell'ora d'aria non l'avrei saputa immaginare allora, quando Palermo non era stata niente di tutto il vapore di pentole con patate bollite che ti lasci adesso ai fianchi passare.
Siamo venuti dal largo. Abbiamo ingoiato le vele dopo onde nere e ventose sopra le correnti di Messina, accanto a traghetti prepotenti che passano interminabili davanti alla prua.
Siamo giunti in banchina, salati digiuni di piedi e sanpietrini, di passeggìo umano, di pesce venduto ai banconi. Avremo sputato un po' del nostro sangue per farci sorprendere nei vicoli di una città, e dopo aver aspettato che la grandine si sciogliesse sull'uscio della casa marina spremendoci per la voglia di andare abbiamo toccato terra risolvendoci per un poco dal mare. Il mare è disciolto alle spalle.
Elenchi di progetti passati si riaffacciano ai davanzali ma ho fogliole di basilico nuovo che spuntano dentro un vecchio vasetto.


"Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare./ Alla sera, che l'acqua si stende slavata/ e sfumata nel nulla, l'amico la fissa/ e io fisso l'amico e non parla nessuno". Cesare Pavese, Gente Spaesata

sabato 29 maggio 2010

Candidati

La mia macchina s'è inceppata sul lungomare della città. Non sapeva più da che parte pecorrerlo. I sensi sono di nuovo confusi. Unici e in tutti i versi.
Ho deciso di prendere questo ennesimo cambio di senso come la volontà degli amministratori di mantenerci cittadini attenti. E io lo sono stata. Alzando le braccia repentinamente due notti fa in segno di allarme - il mio amico Simone lo sa - ho impedito che un disgraziato in contromano inconsapevole andasse a sbattere contro una panda che veniva nel senso giusto. Ho i riflessi più vigili della municipale.
Voglio dunque un sindaco che lotti contro i radicali liberi. Che lotti contro l'oblio. Che seppellisca i resti obsoleti di una città antica e tenga vivo il ricordo di un'agonia industriale. Voglio un sindaco che ami fare grandi discorsi. Che parli, che parli. Che dica tutto ciò che va detto. E che non si scomodi troppo nel letto la sera a progettare il giorno che viene. Voglio un consigliere che badi alle cose concrete nella vita e mangi porcetto fin quanto può.
Voglio affacciarmi domani e trovare un nuovo senso di marcia con tanti maialini che corrono e grugniscono in tutte le direzioni. Voglio tenermi confusa. Restare viva. Galleggiare.
Voglio avere tante luminarie a Natale, che mi illuminino il sorriso se mai dovessero trovarmelo spento.
Voglio dire che la mia città ha tante navi in porto perché la mia è una città importante. Anche se poi s'è alzato il grecale e le navi sono rimaste in trappola.
Voglio avere un parco che ho sentito chiamare "circo mendes", che almeno ci facessero il circo. Invece mi piace che se ne stia là, zitto zitto in disparte, come fosse il giardino segreto di un re fantasma.
Io voglio svegliarmi domani e trovare un mare nero. Sporco ma che nessuno me lo dica. Voglio insozzarmi tutta di policlorobifenile e affogarmici i pensieri dentro. Voglio avere una torre occupata e tante croci a mo' di cimitero inglese, che visto così almeno il prato verde fa la sua figura. Meglio degli scavi archeologici polverosi che c'erano un tempo.
A me la polvere non piace. Io voglio una città pulita senza niente dentro. Una città coi bordi falciati, ma solo fino a un certo punto, che anche l'erba alta c'ha il suo perché. Una città fatta senz'anima. Una città a cui non devo pensare più.
Una città di cui non posso più immaginare il litorale. Ché è stato tagliato via, e dopo il fiume non avanza altro.
Una città il cui ponte che resta non porti altrove.
Candidati, donne e uomini candidi di intenzioni e speranza. Siete tanti quest'anno. E per vedervi tutti mi tenevo a distanza dalla costa stasera. E vi sognavo dal largo.
La vostra città ha già provato tanti sensi di marcia. Ha venduto spiagge per rifarsene qualcuna più in la. Ha annerito i suoi cieli e cantato in migliaia di processioni. Ha pianto un giorno per ciclisti disgraziati dimenticandoli tutta la vita. La vostra città ha storto la bocca sempre e per vincere non sarà necessario promettere di restituire una città candida.
Mi viene un poco da storcere la bocca pure a me.
Ma io sono solo uno scoglio che tenta di tenersi asciutto.
Io sono come questa città e forse domani vi darò un voto una volta ancora sperando di ottenere nuove spugnette e mocio vileda per tutti.

giovedì 5 marzo 2009

Surfando sulle tre R



Da un po' vado a piedi santificando la filosofia delle tre R, risparmio rassodo e rispetto l'ambiente.
Ma poi in giro per le vie ho saltato la grandine per un soffio e affianco a un cassonetto ho trovato una piccola tavola da surf. Perfect beach. Perfetta per me.

martedì 10 febbraio 2009

Le vie di sempre

Ho i capelli pieni di città. Le orecchie metropolitane. I passi capitali. Tutto uguale tranne il resto. Sconosciuta sulle strade vecchie mi trascino, ma ogni cosa è nota. Come alla partenza. Come se ogni semaforo fosse rimasto a picchettare il mio avanzare senza sentire mai l'assenza, fiducioso di ritrovarmi, o spudoratamente menefreghista. Cosa è via merulana se non la via del 16? Via cairoli, via di conte verde, via dello statuto, il mercato di via sannio, il gradino davanti alla tomba dei papi dove sta il rumeno col suo sax, il sedile di marmo davanti ai pittori di facce gitanti.. Cosa, se non la visione impolverata sopra cui oggi passo un panno umido di umori riavuti dal tempo?