Massimo al sailor's bar ha appena chiuso. Canarie arrivederci.
Domani si muovono le isole.
Natale e capodanno in oceano, comandà? Si, mi pare che sarà così.
Perciò auguri a tutti voi.
Il battello vi pensa
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martedì 21 dicembre 2010
sabato 2 gennaio 2010
Il furto del tempo
Cominciavo il 2009 osservando la calma ciaggadda del mare del primo gennaio e i gesti serafici di un pescatore che conquistava granchi. Il mare oggi non ha conservato la saggezza di allora. Strapazzato di notte da un libeccio rabbioso. L’onda si getta stanca su altra onda di ritorno dagli scogli. C’è un anno nuovo che si affaccia sopra il vecchio orizzonte. È una distanza che si misura col righello del tempo.
Ci fu un tizio una volta, sulle sponde di Silifke, che venne a raccontarmi di una teoria sul tempo e sullo spazio abbinandola all’uomo e alla donna. La donna, disse, è la regina del tempo lungo e dello spazio corto. L’ambiente stretto e la vita longeva l’hanno costretta al senso dell’attesa, alla necessità di un programma. Gravidanza, casa, comunità maturano conservazione, responsabilità al controllo, senso di proprietà, esercizio di custodia, bisogno di sicurezza. L’uomo, disse, è il coito, il tempo breve, l’impermanenza, la sazietà che si cerca e veloce si consuma. Ma il terreno di caccia è spazio illimitato, scoperta, furto e conquista di cose e di libertà. Gli uomini pisciano ovunque e la tazza del cesso è solo un luogo approssimativo i cui contorni sono altrettanto validi per pisciarci sopra.
Poi ci sono maschi e femmine che non rispettano i campi assegnati dal genere. Donne che si fanno marinai, in cerca di terreni vasti su cui sperimentare un programma e uomini che tentano di allungare il tempo per saziarsi di più.
Se si incontrano queste due specie, pensai, non vivranno a lungo insieme, perché tenteranno di depredarsi l’un l’altro.
Ci separammo. Il suo viaggio aveva davanti tutto l’est possibile. Io marciavo verso il ritorno, ad ovest. Sulla strada verso casa contavo ormai i giorni, non più lo spazio che mi separava dalla fine del viaggio.
Seduta sulla sedia di una piccola stanza fatta di vetri, misuro adesso il mare con il tempo lungo che passa e che viene di continuo. Anno vecchio, anno nuovo. Penso di sbieco alle parole del tizio che ha attraversato finora una decina di frontiere e che sta bagnandosi nelle acque di un oceano indiano.
In una sintesi di generi e teorie, me ne sto a sognare itinerari e distanze e a progettare nuovi furti del tempo.
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Ci fu un tizio una volta, sulle sponde di Silifke, che venne a raccontarmi di una teoria sul tempo e sullo spazio abbinandola all’uomo e alla donna. La donna, disse, è la regina del tempo lungo e dello spazio corto. L’ambiente stretto e la vita longeva l’hanno costretta al senso dell’attesa, alla necessità di un programma. Gravidanza, casa, comunità maturano conservazione, responsabilità al controllo, senso di proprietà, esercizio di custodia, bisogno di sicurezza. L’uomo, disse, è il coito, il tempo breve, l’impermanenza, la sazietà che si cerca e veloce si consuma. Ma il terreno di caccia è spazio illimitato, scoperta, furto e conquista di cose e di libertà. Gli uomini pisciano ovunque e la tazza del cesso è solo un luogo approssimativo i cui contorni sono altrettanto validi per pisciarci sopra.
Poi ci sono maschi e femmine che non rispettano i campi assegnati dal genere. Donne che si fanno marinai, in cerca di terreni vasti su cui sperimentare un programma e uomini che tentano di allungare il tempo per saziarsi di più.
Se si incontrano queste due specie, pensai, non vivranno a lungo insieme, perché tenteranno di depredarsi l’un l’altro.
Ci separammo. Il suo viaggio aveva davanti tutto l’est possibile. Io marciavo verso il ritorno, ad ovest. Sulla strada verso casa contavo ormai i giorni, non più lo spazio che mi separava dalla fine del viaggio.
Seduta sulla sedia di una piccola stanza fatta di vetri, misuro adesso il mare con il tempo lungo che passa e che viene di continuo. Anno vecchio, anno nuovo. Penso di sbieco alle parole del tizio che ha attraversato finora una decina di frontiere e che sta bagnandosi nelle acque di un oceano indiano.
In una sintesi di generi e teorie, me ne sto a sognare itinerari e distanze e a progettare nuovi furti del tempo.
giovedì 1 gennaio 2009
Calma ciaggadda
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Ho cominciato il mondo alle 12.39 con un pescatore che se ne stava sull'ultimo scoglio già attrezzato di canne da pesca e olotturie per esca. Quando sono scesa e calpestavo il muschietto sopra le rocce lui s'era spostato a raccogliere granchi. Aveva già preso un'orata da un chiletto.
Ciaggaddu. Quando è fermo così il mare è ciaggaddu. Cosa vuol dire? "Chè è troppo piatto. Che ci sono le secche. Adesso cominciano. Buone per pescare le secche di gennaio". Ma con secche o senza l'uomo dei granchi è sempre qui sotto. C'è pure la garzetta. Bianca bianca. Sola sola. Sempre. Pesca pure lei dallo scoglio. Poi spicca il volo basso sull'acqua. Trova un altro scoglio. E' impegnatissima e muta. Primo gennaio ciaggaddu per tutti.
Alle sei e mezza l'uomo dei granchi ha smontato dal turno di lavoro, pontile dell'Eon. Carboniera proveniente dalla "Columbia" dice. Il 9 ne arriva un'altra. Capodanno in stabilimento. "Capodanno, oggi, domani. Quando arriva arriva. Vai. Scarichi". Poi la nave riparte. Alle otto e mezza lo scaricatore ha messo gli stivali gialli, ha preso il secchio, le canne. E io l'ho trovato già sullo scoglio. Ha dormito due ore. L'orata la regala a suo fratello. A lui non piace mangiare pesce.
Porto. Un'ora dopo. La piccola pesca dorme. Lo strascico non strascica. Le reti, le cime, i cavi d'acciaio. Fermo ciaggaddu. Foto. Oggi non ci sono giornali. Mentre torno, un motore al pontile della darsena interna è acceso. Un uomo pronto a partire verso l'acqua. Calma ciaggadda? "Quando è tutto fermo. Il latte quando riposa nella tazza è ciaggaddu. Il sugo? Si si, anche il sugo. Ciaggadda è una cosa gelatinosa". Forse intende senza grinze. Un mare gelatinoso. Bello. Mai sentito. "Beh, buona pesca allora!". Dentro il suo gozzo c'è Mario. Lo conosco. Lui non si ricorda. L'avevo intervistato due anni fa. E' arrivato a Porto Torres nel '48. Ciaggaddu lo dice con l'accento di Ponza. "Ciagàda. Quando non c'è vento. Qualche volta te lo chiedono: com'è il mare oggi? Calma ciagàda. Nemmeno una bava di vento. Quand'è calmo da tutte le parti". Pulisce il gozzetto. Uscirà stasera verso le settemezza. A vedere se trova qualche calamaro. Io vado. "Allora ci rivediamo fra altri due anni?". No, no, Mario ci vediamo prima senz'altro. Buonapesca. E buon anno. Ciagàdu, come dici tu.
mercoledì 31 dicembre 2008
Mare all'asciutto
Acque dolci. Ci passa qualcuno di tanto in tanto. Un uomo in biciletta porta le buste della spesa, parla al cellulare, guarda verso di me che sto affacciata alla finestra. Una donna sola anche lei ha il passo lento e lo sguardo lungo. Non mi piace avere pensieri da fine dell'anno. Né da inizio. Perché poi annegano dentro una bottiglia di vino qualunque e se esageri s'ingolfano dentro un malditesta. Mi piace però che il mare si sia fermato anche lui davanti alla finestra. Almeno oggi non fa storie, non parla, non ha nulla da dire. Sembra un anticipo delle secche di gennaio, che ci sono, le ho viste mille volte. C'è un nome preciso per questo stato delle cose, sopratutto parlo dello stato del mare. Io lo so, ma per ora non lo dico, perché è un nome del dialetto dei pescatori di una certa età e prima voglio parlare con uno di loro per sapere esattamente cosa intende quando usa quell'espressione. Un giovane è appena riemerso sulla strada. Ha la muta e un fucile. Ha il cofano dell'auto sollevato e guarda anche lui verso la finestra dentro la sua livrea di muzzaro umano e con lo sguardo di un pesce qualunque. Dovevo pensare qualcosa di nuovo ma non mi viene nulla. E non penso nemmeno a qualcosa di vecchio. Ogni volta che il mare è così fermo non mi viene proprio niente in testa. Mi sembra solo che sarebbe carino fermare il resto e tenerlo così, sospeso di niente, asciutta anche l'acqua.
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