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lunedì 6 settembre 2010

Dileguando le stelle nel mare

E' un volo, non c'è tempo, io vedo il mare scivolarmi sotto, saltarmi addosso, mi stringo alla trinchetta piegata sulla prua, lo scafo sbandato, sono nel blu, sono ancora a bordo, penso: non è cosa da niente, penso: non c'è paura, perché? è già tramonto, è già alba, alle spalle l'ultimo capo del Pelopponeso, una stagione, l'affanno di ogni sveglia, dei mezzogiorno, di ogni cena, passa il meltemi che soffia da nord, arriva ancora ma qui si dice tramontana.
Abbiamo navigato la luna, una luna intera, siamo tornati all'inizio, siamo soli, non abbiamo parole reciproche, niente da sostanziare, solo a ciascuno la propria porzione di mare, al pomeriggio, alla sera, al mattino, fin quando non so, non pongo domande, la navigazione è senza destino, arriveremo quando sarà. Abbiamo ancorato l'alba ai silenzi, accanto a una stella marina, l'ho vista dall'alto, il mare non era un ostacolo. Abbiamo ingoiato lo Ionio, dileguato l'Egeo, viriamo al Tirreno, ci sarà un nuovo accampamento di stelle stanotte sopra le nostre teste, gli ormeggi sono già volati via, Leuca è la luce del tramonto, avremo altri porti da commentare.
Lo so. L'estate è passata ed io sembravo scomparsa, ma stavo dentro un barattolo nel mare e galleggiavo senza fiatare, guardavo soltanto, non c'era tempo per altro, ed era un sogno, era una follia e l'inferno rincorreva le stelle e le stelle cadevano giù e c'erano troppe stelle per dirle tutte, troppa emozione e già si faceva giorno, mentre ora, di nuovo il giorno finisce e finisce la terra.
Il largo. Il largo da navigare. Io sogno di nuovo, scusate, m'immergo, scompaio, ritorno alla stella che scende, la vedo adesso, ma fra poco si rompe nel mare, una cosa così complicata che non posso più starne a parlare.

giovedì 10 giugno 2010

Estate

Si metta a verbale che l'estate è cominciata stanotte. Ma l'estate è in gerundio. Sta nascendo tutta d'un soffio mentre compilo elenchi puntati di occorrenze e la finestra dello studiolo è per la prima volta aperta. Le vie di Sassari vecchia odorano di Castellorizo e di Zante. I lampioni notturni colorano in arancione le strade strette di pietra; il bordo basso dei muri. Le case fanno silenzio. C'è odore di umido sottile, ancora da venire. Per adesso è solo caldo serale, insolito. Aria tiepida in arrivo da sud. Deve essere così. Il ritardo è pazzesco, ma tocca perdonarlo. Il cielo esprime il suo verdetto e poi si manifesta. E sul mare svolazza la tenda leggera e trasparente della cucina e la polvere dei pilastri sul pavimento e su tutti i mobili s'alza.
Attende la barca ai pontili di un'altra sponda lontana, di partire. S'incroceranno le rotte o si terranno a distanza, approderanno sugli stessi moli in tempi diversi. I bordi dei pontili odorano già di gelsomino da qualche parte. E chissà se il cappello di paglia del guardiano di un porto del sud sta richiamando prue di naviganti al suo ormeggio. Il caldo è arrivato senza portare tappeti azzurri di velelle sotto i balconi. Sono già quasi tutti partiti senza avvisare. Ultimi minuti ancora prima del gong ufficiale: prepararsi.

martedì 14 aprile 2009

Il tarlo del calzino



Come raccontavo all'amico prodiere, tutto ha inizio da un calzino. Uno qualunque di quelli a righe che avevi al piede fino alla notte prima e che poi hai ritrovato in terra al mattino pensando "più tardi lo raccolgo". Passa un'ora e non l'hai raccolto, ne passano cinque e il calzino giace ancora sul pavimento accanto al letto. La sera, prima di andare a dormire, penserai che non succede niente se gliene lanci altri due affianco, ché in fondo è il pavimento il luogo in cui devono morire i calzini dopo averli consumati dentro le scarpe. Quindi li lanci e il giorno dopo a terra ne conti tre. E' finita: la casa che avevi pulito e ordinato con fatica e ore di tempo libero è sulla via della rovina. Il tarlo del caos è cominciato. E non riuscirai a fermarlo prima di molti e molti giorni, quando di calzini sul pavimento se ne saranno accumulati dieci, sedici, e in più ci saranno slip e magliette, scarpe da vela e stivali di camoscio, jeans da lavare e fazzoletti accartocciati sulle scrivanie, canestrelli sulla tovaglia e tirabushon accanto a bottiglie vuote, tazzine di caffè ferme a bordo tastiera, mollette per capelli e forbici fuori posto, agende e taccuini, fogli sparsi e ricette mediche, appunti comunali e carte nautiche, mappe petrolchimiche e guantini per randisti. Infine mettici un gatto.
Un gatto nuovo nuovo che ti hanno prestato per vacanze in angloterre. E metti che a quel gatto il caos piaccia parecchio e ami l'idea di svilupparlo e sviscerarlo fino all'ultima sua componente più depravata. Troverai il gatto nell'armadio al posto delle scarpe che stanno fuori, troverai il gatto sul comò al posto del libro steso sul letto. Troverai il gatto e non lo troverai più perché si nasconde dentro il vortice del disordine.
Fuori invece ha smesso di ventilare. Fuori è tutto pulito. Il mare è piatto, la torre della Pelosa è ritta, il turchese è disteso senza scapigliature, una vela sbandata con lo scafo giallo ci corre sopra e non fa grinze. Ogni cosa è al suo posto. Manco solo io che per rimettere pace fra le cose m'infilo dentro il mare ghiacciato mentre improvviso una rana col costume rosso. Così ieri è cominciata la stagione del tepore ed era tutto di un ordine perfetto.