
Ho i guantini. I primi della mia vita e credo che se non starò alla randa continuerò a non usarli. La puntata a Roma è servita anche per questo: fare incetta da Decathlon di abbigliamento da velista. Perché quello proprio mi mancava. Spesso arrivano in barca maricoli per caso, che drizze e scotte ci mettono un po' prima di individuarle. Però vestiti di tutto punto, con il marchio Slam che emerge dai petti e veste bene il didietro.
E io questa cosa dell'abito l'ho sempre messa in secondo piano. In tutti i ruoli. E ancora resto ai margini, con qualche cosa di vero, con qualche simil marca e con qualche pezza rattoppata.
Ma prima sbagliavo. L'abito fa tanto. Ti aiuta quando la sostanza è più in là, ancora da venire. Se dovessi aspettare a quando quella è tutta pronta ed erudita, ci impiegherei un secolo a mettere l'abito giusto nelle occasioni opportune. E invece no. Bisogna sapere cosa richiede la forma prima di infilarsi dentro una qualsiasi sostanza. E in qualche modo adattarsi. Perché chi sta intorno coglie informazioni da ciò che vede. E questo produce relazioni differenti.
Cosa avrei pensato la prima volta se il docente che seguiva la mia tesi di laurea l'avessi trovato ogni giorno dietro la scrivania in tuta da ginnastica? Forse ciò che pensavo quando la Demartini, la professoressa di ginnastica delle medie, arrivava ogni giorno in palestra con calze a rete e tacchi a spillo. La fiducia sul fatto che avrebbe potuto insegnarmi qualcosa di ginnico era scaduta al primo giorno.
Una volta un sindacalista si rifiutò di darmi delle informazioni per il giornale perché avevo i dreadlock e una camicetta indiana. Un vero stronzo. Negli anni continuerò a darmi ragione, ma quella volta andò così e non si può far finta di non sapere che c'è sempre un filtro fra ciò che siamo e ciò che il resto del mondo pensa che siamo. L'abito aiuta in questo. Anche se a volte ci frega alla grande.