E' un volo, non c'è tempo, io vedo il mare scivolarmi sotto, saltarmi addosso, mi stringo alla trinchetta piegata sulla prua, lo scafo sbandato, sono nel blu, sono ancora a bordo, penso: non è cosa da niente, penso: non c'è paura, perché? è già tramonto, è già alba, alle spalle l'ultimo capo del Pelopponeso, una stagione, l'affanno di ogni sveglia, dei mezzogiorno, di ogni cena, passa il meltemi che soffia da nord, arriva ancora ma qui si dice tramontana.
Abbiamo navigato la luna, una luna intera, siamo tornati all'inizio, siamo soli, non abbiamo parole reciproche, niente da sostanziare, solo a ciascuno la propria porzione di mare, al pomeriggio, alla sera, al mattino, fin quando non so, non pongo domande, la navigazione è senza destino, arriveremo quando sarà. Abbiamo ancorato l'alba ai silenzi, accanto a una stella marina, l'ho vista dall'alto, il mare non era un ostacolo. Abbiamo ingoiato lo Ionio, dileguato l'Egeo, viriamo al Tirreno, ci sarà un nuovo accampamento di stelle stanotte sopra le nostre teste, gli ormeggi sono già volati via, Leuca è la luce del tramonto, avremo altri porti da commentare.
Lo so. L'estate è passata ed io sembravo scomparsa, ma stavo dentro un barattolo nel mare e galleggiavo senza fiatare, guardavo soltanto, non c'era tempo per altro, ed era un sogno, era una follia e l'inferno rincorreva le stelle e le stelle cadevano giù e c'erano troppe stelle per dirle tutte, troppa emozione e già si faceva giorno, mentre ora, di nuovo il giorno finisce e finisce la terra.
Il largo. Il largo da navigare. Io sogno di nuovo, scusate, m'immergo, scompaio, ritorno alla stella che scende, la vedo adesso, ma fra poco si rompe nel mare, una cosa così complicata che non posso più starne a parlare.
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lunedì 6 settembre 2010
martedì 10 agosto 2010
Egeo ancora
Penso a questo spazio sempre, specie ora. Poi non ci arrivo perché seguo le vicissitudini dell'ora locale, Dodecanneso, Simi-Rodi, Rodi-Simi. Non c'è vela, non c'è vento, non c'è ombra che conforti l'equipaggio.
L'aria forte l'abbiamo lasciata il mese scorso. Ora comincia l'asfissia e non si intravede una fine concreta. Il comandante dice: non c'è tempo da perdere, è d'uopo esser lesti, necessaria la perfezione. Il comandante ordina: appennelliamo l'ancora, diamo fondo qui, diamo fondo li, salpiamo, pranziamo, filiamo un cavo di poppa, molliamo, silenzio, ordine, accidenti, lavastoviglie, lavatrice, non stendere, non sbattere, non dire falsa testimonianza, l'aria condizionata, il pensiero condizionato, l'umore condizionato, la prua, la poppa, diamo fondo, salpiamo, apriamo le vele, è tutto pronto per sbandare?
Il marinaio guarda il mare, sogna cose non sue, ha la testa piena di tutto, vorrebbe svuotarla, piscia nel gavone dell'ancora, non sa niente di come sta girando il mondo fuori dal mare, e ciò sembra tanto, ma è niente.
Siamo in pieno Egeo, l'abbiamo attraversato, sporcando i sogni del passato con un presente acerbo, malandato, splendente di novità, come sempre il presente ne porta. Di libri possiamo leggerne meno, leggiamo di letteratura e salti mortali, leggiamo di diritto, obbligazioni, persone fisiche e giuridiche, leggiamo a volte con la testa altrove, a volte abbiamo la testa sui libri e non sull'ancora che salpa. A volte l'ancora s'incastra ai fondali, a volte ricevere ordini suscita disordini. E' una navigazione teatrale, psicologica, molto, molto superficiale, meravigliosa ancora. Il nostro navigare è il luogo in cui sveliamo i segreti, li assopiamo, facciamo finta di niente, come un bambino già consapevole dell'eleganza civile, che si scaccoli comunque con due dita nel naso senza dare nell'occhio.
Siamo dei bugiardi con fondi di verità dentro il bicchiere, siamo gente stizzosa, allegra, malinconica, sensuale, audace, gente che ha del coraggio da vendere quando si tratta di celare la propria codardia. Facciamo programmi e non sappiamo su quale pentagramma accordarli. E non sappiamo scrivere. Sappiamo solo copiare, senza essere certi della nostra innocenza, e ce ne andiamo così. Qualcuno lacrima a prua, ma in breve il meltemi o un vento qualunque, un vento senza nome e senza letteratura, asciuga in fretta il pianto, vento vigliacco, dannato, non sa quanto tempo abbiamo impiegato a fabbricar lacrime, non sa quanto tempo è occorso per costruire il dolore di cui ci lagnamo. Ce ne andiamo domani e non sappiamo come rammaricarci stasera, vorremmo festeggiare l'addio con un pianto di disperazione e facendo l'amore piangendo sopra un sorriso senza destinazione, ma non abbiamo le stanze adatte per farlo, anche se siamo padroni di tutto.
L'equipaggio intanto non riesce a prendere sonno e brandeggia, poichè la branda, il giaciglio ai nostri sogni penzola da un lato e dall'altro in cerca di quiete. Ha guardato la luna nascere, crescere, levarsi e calare ancora, rimpicciolirsi, sudare come se il sole la importunasse scandalosamente.
E' possibile che siano trascorsi due mesi e la veranda del mio lungomare appartenga ad altri. E' possibile che abbia dimenticato qualcosa o qualcuno, ma l'oblio è solo accidentale e temporaneo. Una tazzina di ceramica sotto la finestra sporca di caffè, di un caffè lontano, di chissà quale mattino appena tiepido e piacevole, quand'era ancora primavera e non pensavo ad ordini e disordini. La primavera è degenerata da tempo. Non c'è posto migliore in cui stare.
L'aria forte l'abbiamo lasciata il mese scorso. Ora comincia l'asfissia e non si intravede una fine concreta. Il comandante dice: non c'è tempo da perdere, è d'uopo esser lesti, necessaria la perfezione. Il comandante ordina: appennelliamo l'ancora, diamo fondo qui, diamo fondo li, salpiamo, pranziamo, filiamo un cavo di poppa, molliamo, silenzio, ordine, accidenti, lavastoviglie, lavatrice, non stendere, non sbattere, non dire falsa testimonianza, l'aria condizionata, il pensiero condizionato, l'umore condizionato, la prua, la poppa, diamo fondo, salpiamo, apriamo le vele, è tutto pronto per sbandare?
Il marinaio guarda il mare, sogna cose non sue, ha la testa piena di tutto, vorrebbe svuotarla, piscia nel gavone dell'ancora, non sa niente di come sta girando il mondo fuori dal mare, e ciò sembra tanto, ma è niente.
Siamo in pieno Egeo, l'abbiamo attraversato, sporcando i sogni del passato con un presente acerbo, malandato, splendente di novità, come sempre il presente ne porta. Di libri possiamo leggerne meno, leggiamo di letteratura e salti mortali, leggiamo di diritto, obbligazioni, persone fisiche e giuridiche, leggiamo a volte con la testa altrove, a volte abbiamo la testa sui libri e non sull'ancora che salpa. A volte l'ancora s'incastra ai fondali, a volte ricevere ordini suscita disordini. E' una navigazione teatrale, psicologica, molto, molto superficiale, meravigliosa ancora. Il nostro navigare è il luogo in cui sveliamo i segreti, li assopiamo, facciamo finta di niente, come un bambino già consapevole dell'eleganza civile, che si scaccoli comunque con due dita nel naso senza dare nell'occhio.
Siamo dei bugiardi con fondi di verità dentro il bicchiere, siamo gente stizzosa, allegra, malinconica, sensuale, audace, gente che ha del coraggio da vendere quando si tratta di celare la propria codardia. Facciamo programmi e non sappiamo su quale pentagramma accordarli. E non sappiamo scrivere. Sappiamo solo copiare, senza essere certi della nostra innocenza, e ce ne andiamo così. Qualcuno lacrima a prua, ma in breve il meltemi o un vento qualunque, un vento senza nome e senza letteratura, asciuga in fretta il pianto, vento vigliacco, dannato, non sa quanto tempo abbiamo impiegato a fabbricar lacrime, non sa quanto tempo è occorso per costruire il dolore di cui ci lagnamo. Ce ne andiamo domani e non sappiamo come rammaricarci stasera, vorremmo festeggiare l'addio con un pianto di disperazione e facendo l'amore piangendo sopra un sorriso senza destinazione, ma non abbiamo le stanze adatte per farlo, anche se siamo padroni di tutto.
L'equipaggio intanto non riesce a prendere sonno e brandeggia, poichè la branda, il giaciglio ai nostri sogni penzola da un lato e dall'altro in cerca di quiete. Ha guardato la luna nascere, crescere, levarsi e calare ancora, rimpicciolirsi, sudare come se il sole la importunasse scandalosamente.
E' possibile che siano trascorsi due mesi e la veranda del mio lungomare appartenga ad altri. E' possibile che abbia dimenticato qualcosa o qualcuno, ma l'oblio è solo accidentale e temporaneo. Una tazzina di ceramica sotto la finestra sporca di caffè, di un caffè lontano, di chissà quale mattino appena tiepido e piacevole, quand'era ancora primavera e non pensavo ad ordini e disordini. La primavera è degenerata da tempo. Non c'è posto migliore in cui stare.
venerdì 17 luglio 2009
Meltemi
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Acqua. Chi vive sulle coste non lo chiama così. I greci hanno tanti modi per chiamare il mare, leggevo da Pedrag Matvejevic'. Hals per dire della salinità, della materia, dei granelli che ti scavano la pelle e ti lasciano rughe attorno agli occhi e crepe sulle mani. Pelagos per dire della distesa, della vastità che ti rende isolato, confortato solo sei sei ben disposto; usano pontos se parlano del viaggio, dell'attraversamento e colpos che è il golfo, il mare che abbraccia la terra, ché prima o poi a un riparo ci arrivi. Parlano di laitma se pensano alla profondità, alle mille castagnole scure che sembrano guardarti mentre tu stai sotto, in mezzo a loro e non hai respiro umano che sostenga il tuo vivere, ma solo aria di riserva, aria che tu hai preparato e di cui fai cambusa prima di calarti nel fondo per un istante breve che non può bastare per osservare tutto e capire se davvero i pesci stanno a guardarti.
E dicono thalassa se parlano dell'esperienza marina.
Acqua non è. Ma l'abbiamo presa. Perché ad agitare tutto era vento. Forte, da nord, mai placato, mai che si adeguasse lui alle vele, ma sempre noi alla sua intensità e direzione cangianti.
Vento da nord, termico, giocava a ping pong con le isole. Frizza da una e rimbalza sull'altra, torna indietro e rincara. Solletica e ricomincia.
Prendila così l'onda. Scavalcala adesso con la poppa del Marea e porta la prua verso il vento prima che sia quello a giocarti come biglia.
Non c'è un momento in duecento miglia filate in cui dici, è fatta, io riposo. Non c'è un'isola per cui dici, quella è casa.
Ma isole ne lasci a dritta e sinistra senza fermarle, senza chiedere un passaggio per la buonanotte.
Arrivi a Kithnos, arrivi su uno scoglio che scopri chiamarsi Dhenousa, vicino Skilonisi, che ti sei rotto di stare nell'acqua di quel tipo. Scallonisi, come dicono altrove. E invece no. Hai da ballare anche stanotte, che Meltemi, vento del nord sull'Egeno, non molla e raffica sulla tua testa come tu fossi erba e non da fumare, ma da smuovere e strappare e schiacciare verso meridione.
Tu passa l'Egeo e lui passa te.
Tu scopri un porto tranquillo dopo tre giorni e qualunque esso sia proverai beatitudine.
Scusa le parole schizzate. Ma l'acqua salata ha imbrattato gli ingranaggi. Rallentati, resi disfunzionali. E nonostante Kos, nonostante la medicina nasca sull'incrocio in cui hai appena ormeggiato, ecco che puoi ignorare Ippocrate ed Aesculapio, ecco che delle cure l'unica notevole sia un porto.
In cui stare, e sentire cicaleggio sulla banchina e dormirci sopra.
Ché l'acqua è cheta e Meltemi a ovest della Turchia, a fare ciò che vuole di altri.
Tu sei arrivato. Finisci lì.
E dicono thalassa se parlano dell'esperienza marina.
Acqua non è. Ma l'abbiamo presa. Perché ad agitare tutto era vento. Forte, da nord, mai placato, mai che si adeguasse lui alle vele, ma sempre noi alla sua intensità e direzione cangianti.
Vento da nord, termico, giocava a ping pong con le isole. Frizza da una e rimbalza sull'altra, torna indietro e rincara. Solletica e ricomincia.
Prendila così l'onda. Scavalcala adesso con la poppa del Marea e porta la prua verso il vento prima che sia quello a giocarti come biglia.
Non c'è un momento in duecento miglia filate in cui dici, è fatta, io riposo. Non c'è un'isola per cui dici, quella è casa.
Ma isole ne lasci a dritta e sinistra senza fermarle, senza chiedere un passaggio per la buonanotte.
Arrivi a Kithnos, arrivi su uno scoglio che scopri chiamarsi Dhenousa, vicino Skilonisi, che ti sei rotto di stare nell'acqua di quel tipo. Scallonisi, come dicono altrove. E invece no. Hai da ballare anche stanotte, che Meltemi, vento del nord sull'Egeno, non molla e raffica sulla tua testa come tu fossi erba e non da fumare, ma da smuovere e strappare e schiacciare verso meridione.
Tu passa l'Egeo e lui passa te.
Tu scopri un porto tranquillo dopo tre giorni e qualunque esso sia proverai beatitudine.
Scusa le parole schizzate. Ma l'acqua salata ha imbrattato gli ingranaggi. Rallentati, resi disfunzionali. E nonostante Kos, nonostante la medicina nasca sull'incrocio in cui hai appena ormeggiato, ecco che puoi ignorare Ippocrate ed Aesculapio, ecco che delle cure l'unica notevole sia un porto.
In cui stare, e sentire cicaleggio sulla banchina e dormirci sopra.
Ché l'acqua è cheta e Meltemi a ovest della Turchia, a fare ciò che vuole di altri.
Tu sei arrivato. Finisci lì.
sabato 16 maggio 2009
Arrivi e partenze

Ciò che è pelagico prima o poi si spiaggia.
Da una parte o dall'altra delle coste del mondo bisogna pur arrivare.
Qualcosa come un milione di velelle ha scelto lo scoglio sotto casa mia come soluzione di continuità al mare aperto.
La bellezza di migliaia di alette issate come rande sopra un corpo mollusco è durata poco. Adesso queste naufraghe eterodirette dai venti, cozze senza guscio e del colore dei lapislazzuli, stanno tutte qui sotto, centinaia e centinaia morte a marcire.
Io sono un pesce nato sul bordo della terra, sul lato sbagliato. Divento pelagica d'estate. Isserò la vela maestra, andrò a spiaggiarmi da qualche parte, tenterò di non puzzare presso gli scogli di altri mari.
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