Torno al mare adesso, quello vero, ma nel cuore dell'Anatolia camminavo su acqua e terra di sale, vasta come un nuovo deserto di neve bruciante sulle caviglie, silenzioso e mite come un mare che non esiste.
Tuz Golu l'abbiamo trovato dopo cento chai e infiniti sorrisi. Anime disperse tra mattoni di fango, donne con gonne e pantaloni e turban avvolgenti e zappe alle mani. Uomini in ramazan fumano sigarette nascoste dentro locali per backgammon. Deserto di donne a Eskil. Ultimo porto prima del grande lago bianco. Pregano, ci dicono. Ma il loro ramazan dura un anno intero.
Amaia ha chiesto che fanno tutte quelle donne sedute coi bambini e le giovani all'ombra del caravanserraglio di Sultanhani. Salutano i figli militari che scompariranno per quindici mesi. E così io capisco l'assenza di un sorriso nell'immagine imprigionata dal mio obiettivo. Scatto foto e quelle riempiono una pagina del mio taccuino coi loro indirizzi di casa perché io non dimentichi di inviare questo ricordo di partenza.
I ragazzi vanno e salutano dove un tempo era il riposo del cammello. Almanak è dove l'animale stanco da nove ore di cammino appoggia le zampe e si conforta. Ogni quaranta chilometri i sultani selgiuchidi vollero un caravanserraglio, con moschea e ristoro gratuito per i viaggiatori sulla via della seta. Oggi i bus si portano via i ragazzi della campagna perchè diventino difensori di una patria.
L'aria si fa solitaria in breve.
Alla sera osserviamo nel freddo e sotto gocce di pioggia, i dervisci di Konya rotanti e persi nel turbine, ma il centro è in equilibrio. Il corpo vorticoso non si perde nella tangente.
Amaia ha gli occhi silenziosi. Un uomo accanto vestito di un nero elegante risponde alle preghiere sacre e forse ha un figlio fra i ruotanti. Lo abita l'aria nobile di chi ha un motivo per essere fiero.
I cappelli delle fate mi colgono perché il paesaggio prima è una pianura secca. La Cappadocia è un nuovo immobile turbine di comignoli in tufo sui quali si affaccia il nostro guardare. Eravamo aride e ora siamo fatte di punte rocciose, con finestrelle e porte e altari sacri appesi e infilati nella pietra.
Riposo nell'ultima chiesa d'inchiostro rosso. Un disegno di mille anni fa mi guarda mentre siedo sola con in tasca le chiavi dei monaci antichi.
Una giovane donna mi viene a cercare. Ma stavo solo scrivendo, immobile nel regno delle cose che non ci sono più e che la mia immaginazione così limitata non riesce a scorgere.
Sono seduta nel punto esatto in cui il mio guardare s'è fermato.
E' così impossibile il passato?
Un bus mi ha sequestrato per diciassette ore.
Marmaris è il quartiere solito al quale tornare perché un pezzo di viaggio è finito. Amaia è a est. Frederic ci sarà a breve. Domingo e Nuria a passare una febbre violenta fra i cocuzzoli di Goreme.
La puzza di gasolio mi riporta in barca.
Marea. Cosa fai? Mezzaluna, gatta nera, è tornata anche se la luna è piena?
sabato 5 settembre 2009
Anatolia appena
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giovedì 20 agosto 2009
Riporto

Ecco. Un'altra barca ancora. E' un continuo approdare da mirare senza fretta per noi che da due giorni abbiamo rapito un corpo morto dal fondale per farne casa. Il resto è l'arrivare degli altri. Quasi sembra di avere confidenza. Un luogo passeggero cui appartenere un po' di più degli altri. So qual'è il miglior fruttivendolo del centro storico e pur non facendone uso, quale il miglior macellaio: Luce, che mi presterà per quindici giorni una bicicletta, me l'ha garantito.
Un suonatore di darbuka lo troveremo. Ne abbiamo scoperto qualcuno spalancarci finestre di sogno e svegliarci dal troppo raki che a me pareva tanto reinsaporirmi di marsigliesi e compagne fidate in pomeriggi cagliaritani.
Mi fanno cenno dalla banchina. Ho un amico che comunica per versi complessi e grammatiche squilibrate. Sulla terrazza di un bar di Marmaris non so cosa sia la Turchia e percepisco un caldo invadente che palpita sullo sterno.
Ricordo tutti gli amici, non ho preferenze, tranne che nel momento preciso in cui la testa si poggia su uno o sull'altro viso. Ci sono centinaia di alberi maestri appesi come stecche di shangay contrapposte al cielo di un leggero violetto. E fra i vari c'è il nostro. A sventolare col guidone rosso in testa.
Non so cosa stessero dicendomi dal fondo. Belle notizie? Mezzaluna ha forse riattraversato la passerella e adesso dorme arrotolata, nera e pelosa al giardinetto di dritta, fra la manichetta e il cavo blu dell'ormeggio?
Il mare ci ha riportati alla linea d'arresto. Superata con bordi di bolina abbiamo stappato champagne con bolle larghe, dicono non dei migliori.
Di tutti i luoghi tornerei al sarcofago bizantino, non per morirci ma per restare fra scogli e geranei a guardare l'acqua marina immaginandola prato terrestre come mille anni fa. Ripasserei con Amedhye sulla cima del castello a scegliere fazzoletti e foulard che a casa non tornerò a indossare. Resterei a guardare la testa del molo mentre donne attrezzate di braccia larghe e danzanti e gonne al vento richiamano naviganti perchè la notte sia consumata nell'impalpabile silenzio del porticciolo cui appartengono per razza e generazione.
Non hanno magie da regalare fatta eccezione per una cucina di pesce e verdure e brevi terrazze di legno da cui affacciarsi tra fiori e rari avventori.
Avanza un territorio ignoto agli angoli degli approdi cui stiamo aggrappati.
Ogni altro affare non è affar nostro.
Io insisterei e non è detto che non l'abbia vinta prima o poi su ciò che mi avvince.
domenica 2 agosto 2009
Non chiedo a Bernardo Soares
Non voglio chiedere a Bernardo Soares cosa pensi del viaggio. Non voglio sentire risposta. Per fortuna è solo un immaginario disperato il suo. O è meno disperato del mio che spizzico vita al passaggio dei piedi lesti e sudati che indosso, davanti alla vita altrui, in un luogo non mio, in un viaggio reale di parole inventate?
Non chiedo a nessuno. Vedo vite scorrere e facce di un asiatico che non conoscevo tra le quali quella che mi presenta si confonde bene.
Sto spillando notizie da un mondo che può tranquillamente vivere senza il mio guardare.
Non chiedo a nessuno. Vedo vite scorrere e facce di un asiatico che non conoscevo tra le quali quella che mi presenta si confonde bene.
Sto spillando notizie da un mondo che può tranquillamente vivere senza il mio guardare.
sabato 1 agosto 2009
Fine delle campane
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Abbiamo superato la barriera del suono. Cicale si affacciano sui lati delle montagne e spiccano di frastuono mentre noi passiamo le isole e dirigiamo sul fondo caldo della baia.
Dacta è un tavolo aperto sopra una piazza che sventola Ataturk. Selimiye ha le cime di poppa sopra ristoranti e un mercato di donne con occhi lunghi e gonne e verdura nuova da provare. Marmaris è il passeggìo notturno che riposa abbandonato ai sofà del mattino. Gocek ha solo due strade.
Il minareto non lo vedo. Devo cercarlo prima di pareggiare l'udito al senso degli occhi. Dicono sia registrato come le nostre campane ormai. Qualche sporadico canta ancora, ma è fato incontrarlo. Cose dell'interno, non più della costa abbagliata di luci e cianfrusaglie per turisti. Ma le campane non esistono e nessuno ne ha nostalgia.
Philippe è francese e ha dimenticato la Francia. Porta vino locale sulla tavola del nostro pozzetto. Cathy è canadese, viaggia sei mesi l'anno e stanotte dorme sulla barca affianco; beve della nostra birra che però è Efes. Ichnusa ne resta una bottiglia sola e non sappiamo ancora quando verrà la giusta occasione.
Tuycp mi porta dentro la moschea prima vestendomi di fazzoletto sul capo e gonna lunga e spogliandomi dei sandali greci. Gioca con le compagnette e si ferma, come addomesticata da precendenti incontri, davanti al mio obiettivo.
Firat continua a fare il cameriere nel piccolo ristorante di Marmaris, a servire piatti di melanzane, funghi, patate e riso; garantisce delizie e poi le serve su un piatto.
La cuoca è stanca. Siede sul gradino a cercarmi lo sguardo quando il mio già cercava il suo.
Ho camminato senza capire niente. Ho comprato borsellini rossi con luna e stella pensando di fare più mio un Paese sconosciuto. Ho contato i gatti di ogni angolo, ho confuso la coda di uno di loro per il ferro battuto di un tavolino. Ne ho confuso un altro per un borsa dimenticata su una pietra tombale.
Cecile vende argento e vuole ballare. Ho una darbuka che fa ballare anche i pochi cani che trovo. Tutti vogliono poggiarci le dita sopra. Occorre disciplinare gli arti e tamburellare non è un semplice movimento stizzoso. Certi turchi tamburellano benissimo, ma sono in pace.
Dietro il bancone mi parlano in lingua. Aspetto. Lascio che finiscano tutta l'incomprensibile frase. Poi chiedo se possono ripetere in italiano. Si scusano. Ci ritentano in inglese. Siamo mediterranei mi dicono. Non c'è niente di più simile a un turco di un italiano. Forse un sardo.
Sto lasciando nelle retrovie il meglio del mio pensiero. Non ho forza di tirarlo in coperta. L'aria bollente fa evaporare i concetti. Non c'è fortuna di vederli sgocciolare prima in parole.
Sono stanca di tanto stupore. Ho smesso lo stupore. Lo stupore è stupido a volte. Perchè dovrei amare un libro sacro sopra bambini che giocano e si lanciano rosari musulmani sui tappeti, anzichè il catechismo che Don Fenu ci impartiva nella sede di via Josto all'età di sette anni? Perchè dovrei snobbare i suoi sacramenti e sognare per un Corano altrui? Perché seni seuiyorum dovrebbe incantare più di I love you? Forse che si sprigioni più amore dalla forma delle singole lettere e dentro il loro mescolarsi?
E' suono. Come di cicale. Come di campane la domenica. Come di minareti al pomeriggio, alla sera e all'alba, ogni giorno, dopo i dj di Marmaris.
Philippe e Luce finirono il loro viaggio orizzontale a bordo del Pitawa-Ma e cominciarono quello verticale, scegliendo Turchia. Adesso c'è un motivo perchè dovremmo opporci a questo tipo di scelte? E c'è un motivo valido per confermarle?
Dov'è casa nostra? A quante miglia abbiamo lasciato l'abitudine dei nostri appuntamenti? In quanto tempo saremmo in grado di acquisirne di nuovi? E perchè mai poi?
L'ultima terra, poi c'è l'Europa. La differenza riposa stanca sulle panchine e porta fazzoletti in testa parlando ottomano. L'identità accetta euro e vende fazzoletti per tutti.
Non so cosa succeda più a est.
Dacta è un tavolo aperto sopra una piazza che sventola Ataturk. Selimiye ha le cime di poppa sopra ristoranti e un mercato di donne con occhi lunghi e gonne e verdura nuova da provare. Marmaris è il passeggìo notturno che riposa abbandonato ai sofà del mattino. Gocek ha solo due strade.
Il minareto non lo vedo. Devo cercarlo prima di pareggiare l'udito al senso degli occhi. Dicono sia registrato come le nostre campane ormai. Qualche sporadico canta ancora, ma è fato incontrarlo. Cose dell'interno, non più della costa abbagliata di luci e cianfrusaglie per turisti. Ma le campane non esistono e nessuno ne ha nostalgia.
Philippe è francese e ha dimenticato la Francia. Porta vino locale sulla tavola del nostro pozzetto. Cathy è canadese, viaggia sei mesi l'anno e stanotte dorme sulla barca affianco; beve della nostra birra che però è Efes. Ichnusa ne resta una bottiglia sola e non sappiamo ancora quando verrà la giusta occasione.
Tuycp mi porta dentro la moschea prima vestendomi di fazzoletto sul capo e gonna lunga e spogliandomi dei sandali greci. Gioca con le compagnette e si ferma, come addomesticata da precendenti incontri, davanti al mio obiettivo.
Firat continua a fare il cameriere nel piccolo ristorante di Marmaris, a servire piatti di melanzane, funghi, patate e riso; garantisce delizie e poi le serve su un piatto.
La cuoca è stanca. Siede sul gradino a cercarmi lo sguardo quando il mio già cercava il suo.
Ho camminato senza capire niente. Ho comprato borsellini rossi con luna e stella pensando di fare più mio un Paese sconosciuto. Ho contato i gatti di ogni angolo, ho confuso la coda di uno di loro per il ferro battuto di un tavolino. Ne ho confuso un altro per un borsa dimenticata su una pietra tombale.
Cecile vende argento e vuole ballare. Ho una darbuka che fa ballare anche i pochi cani che trovo. Tutti vogliono poggiarci le dita sopra. Occorre disciplinare gli arti e tamburellare non è un semplice movimento stizzoso. Certi turchi tamburellano benissimo, ma sono in pace.
Dietro il bancone mi parlano in lingua. Aspetto. Lascio che finiscano tutta l'incomprensibile frase. Poi chiedo se possono ripetere in italiano. Si scusano. Ci ritentano in inglese. Siamo mediterranei mi dicono. Non c'è niente di più simile a un turco di un italiano. Forse un sardo.
Sto lasciando nelle retrovie il meglio del mio pensiero. Non ho forza di tirarlo in coperta. L'aria bollente fa evaporare i concetti. Non c'è fortuna di vederli sgocciolare prima in parole.
Sono stanca di tanto stupore. Ho smesso lo stupore. Lo stupore è stupido a volte. Perchè dovrei amare un libro sacro sopra bambini che giocano e si lanciano rosari musulmani sui tappeti, anzichè il catechismo che Don Fenu ci impartiva nella sede di via Josto all'età di sette anni? Perchè dovrei snobbare i suoi sacramenti e sognare per un Corano altrui? Perché seni seuiyorum dovrebbe incantare più di I love you? Forse che si sprigioni più amore dalla forma delle singole lettere e dentro il loro mescolarsi?
E' suono. Come di cicale. Come di campane la domenica. Come di minareti al pomeriggio, alla sera e all'alba, ogni giorno, dopo i dj di Marmaris.
Philippe e Luce finirono il loro viaggio orizzontale a bordo del Pitawa-Ma e cominciarono quello verticale, scegliendo Turchia. Adesso c'è un motivo perchè dovremmo opporci a questo tipo di scelte? E c'è un motivo valido per confermarle?
Dov'è casa nostra? A quante miglia abbiamo lasciato l'abitudine dei nostri appuntamenti? In quanto tempo saremmo in grado di acquisirne di nuovi? E perchè mai poi?
L'ultima terra, poi c'è l'Europa. La differenza riposa stanca sulle panchine e porta fazzoletti in testa parlando ottomano. L'identità accetta euro e vende fazzoletti per tutti.
Non so cosa succeda più a est.
venerdì 17 luglio 2009
Meltemi
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Acqua. Chi vive sulle coste non lo chiama così. I greci hanno tanti modi per chiamare il mare, leggevo da Pedrag Matvejevic'. Hals per dire della salinità, della materia, dei granelli che ti scavano la pelle e ti lasciano rughe attorno agli occhi e crepe sulle mani. Pelagos per dire della distesa, della vastità che ti rende isolato, confortato solo sei sei ben disposto; usano pontos se parlano del viaggio, dell'attraversamento e colpos che è il golfo, il mare che abbraccia la terra, ché prima o poi a un riparo ci arrivi. Parlano di laitma se pensano alla profondità, alle mille castagnole scure che sembrano guardarti mentre tu stai sotto, in mezzo a loro e non hai respiro umano che sostenga il tuo vivere, ma solo aria di riserva, aria che tu hai preparato e di cui fai cambusa prima di calarti nel fondo per un istante breve che non può bastare per osservare tutto e capire se davvero i pesci stanno a guardarti.
E dicono thalassa se parlano dell'esperienza marina.
Acqua non è. Ma l'abbiamo presa. Perché ad agitare tutto era vento. Forte, da nord, mai placato, mai che si adeguasse lui alle vele, ma sempre noi alla sua intensità e direzione cangianti.
Vento da nord, termico, giocava a ping pong con le isole. Frizza da una e rimbalza sull'altra, torna indietro e rincara. Solletica e ricomincia.
Prendila così l'onda. Scavalcala adesso con la poppa del Marea e porta la prua verso il vento prima che sia quello a giocarti come biglia.
Non c'è un momento in duecento miglia filate in cui dici, è fatta, io riposo. Non c'è un'isola per cui dici, quella è casa.
Ma isole ne lasci a dritta e sinistra senza fermarle, senza chiedere un passaggio per la buonanotte.
Arrivi a Kithnos, arrivi su uno scoglio che scopri chiamarsi Dhenousa, vicino Skilonisi, che ti sei rotto di stare nell'acqua di quel tipo. Scallonisi, come dicono altrove. E invece no. Hai da ballare anche stanotte, che Meltemi, vento del nord sull'Egeno, non molla e raffica sulla tua testa come tu fossi erba e non da fumare, ma da smuovere e strappare e schiacciare verso meridione.
Tu passa l'Egeo e lui passa te.
Tu scopri un porto tranquillo dopo tre giorni e qualunque esso sia proverai beatitudine.
Scusa le parole schizzate. Ma l'acqua salata ha imbrattato gli ingranaggi. Rallentati, resi disfunzionali. E nonostante Kos, nonostante la medicina nasca sull'incrocio in cui hai appena ormeggiato, ecco che puoi ignorare Ippocrate ed Aesculapio, ecco che delle cure l'unica notevole sia un porto.
In cui stare, e sentire cicaleggio sulla banchina e dormirci sopra.
Ché l'acqua è cheta e Meltemi a ovest della Turchia, a fare ciò che vuole di altri.
Tu sei arrivato. Finisci lì.
E dicono thalassa se parlano dell'esperienza marina.
Acqua non è. Ma l'abbiamo presa. Perché ad agitare tutto era vento. Forte, da nord, mai placato, mai che si adeguasse lui alle vele, ma sempre noi alla sua intensità e direzione cangianti.
Vento da nord, termico, giocava a ping pong con le isole. Frizza da una e rimbalza sull'altra, torna indietro e rincara. Solletica e ricomincia.
Prendila così l'onda. Scavalcala adesso con la poppa del Marea e porta la prua verso il vento prima che sia quello a giocarti come biglia.
Non c'è un momento in duecento miglia filate in cui dici, è fatta, io riposo. Non c'è un'isola per cui dici, quella è casa.
Ma isole ne lasci a dritta e sinistra senza fermarle, senza chiedere un passaggio per la buonanotte.
Arrivi a Kithnos, arrivi su uno scoglio che scopri chiamarsi Dhenousa, vicino Skilonisi, che ti sei rotto di stare nell'acqua di quel tipo. Scallonisi, come dicono altrove. E invece no. Hai da ballare anche stanotte, che Meltemi, vento del nord sull'Egeno, non molla e raffica sulla tua testa come tu fossi erba e non da fumare, ma da smuovere e strappare e schiacciare verso meridione.
Tu passa l'Egeo e lui passa te.
Tu scopri un porto tranquillo dopo tre giorni e qualunque esso sia proverai beatitudine.
Scusa le parole schizzate. Ma l'acqua salata ha imbrattato gli ingranaggi. Rallentati, resi disfunzionali. E nonostante Kos, nonostante la medicina nasca sull'incrocio in cui hai appena ormeggiato, ecco che puoi ignorare Ippocrate ed Aesculapio, ecco che delle cure l'unica notevole sia un porto.
In cui stare, e sentire cicaleggio sulla banchina e dormirci sopra.
Ché l'acqua è cheta e Meltemi a ovest della Turchia, a fare ciò che vuole di altri.
Tu sei arrivato. Finisci lì.
domenica 12 luglio 2009
Storia veloce/2






E poi il rene buono di Atena si libera e la città finisce sotto ettolitri di pioggia. A spezzare quaranta gradi di afa e l'abbondante passeggiata litoranea che il pubblico sta concedendosi. Disegnavano traiettorie perpendicolari alla poppa. Avanti e indietro.
Quando il rischio di annegare s'è fatto forte la banchina è diventata deserta.
E poi il rene si svuota. Subito la prima coppia di fidanzati ha sfilato da sinistra verso destra davanti al pozzetto, nemmeno il tempo che si asciugasse il marciapiede. Come se non avessero mai smesso di camminare neanche sotto la pioggia, e poi eccoli di nuovo per nulla bagnati, mano nella mano. Più in là è tornata pure quella bambina, chè l'ho vista spesso, sempre a scaccolarsi con le dita piene di pallini verdi arrotolati fra l'indice e il pollice e qualcunaltro dimenticato sopra un'unghia.
Questo tempo secca il moccio e poi lo bagna ancora.
Adesso come se niente fosse.
Hanno ripreso tutti a scorrermi davanti, ignorando ch'io stia a guardarli. Hanno ripreso nelle lingue proprie. Le lingue umide, i vestiti freschi, i motorini, le biciclette, i rollerblade, le mani dietro la schiena, i piedi dei giovani neri accanto a tovaglie apparecchiate con occhiali da sole.
Hanno già smesso di vendere ombrelli. Ma poi non capisci mai dove li tengano nascosti e come possano farsi trovare pronti al momento del bisogno. Lesti come saette. Più rapidi di questa pisciazza di dea. Più funzionali di un rene divino.
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