Massimo al sailor's bar ha appena chiuso. Canarie arrivederci.
Domani si muovono le isole.
Natale e capodanno in oceano, comandà? Si, mi pare che sarà così.
Perciò auguri a tutti voi.
Il battello vi pensa
martedì 21 dicembre 2010
domenica 19 dicembre 2010
Il cappello di Natale
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Ho un cappellino da babbo natale, in testa da ore ormai. L'ho comprato in un cinese assieme a quelli per il resto della truppa. Non ha stellette intermittenti come quello che indossavo anni fa a Siracusa quando ìn mezzo strada giravo tre clave fra le mani, sul dorso tenevo una chitarra ed era ugualmente tempo di feste, ma la parte rossa è tutta fatta di una patina luminescente e mi sta come fossi il capo vero di una mandria di renne. Però qui, a differenza della Finlandia e di Siracusa, governo la mia slitta in canottiera e sandali greci. La moda inverno va forte sulle vetrine di Las Palmas. Mi chiedo quale sia la differenza rispetto alle altre stagioni.
Ho comprato altre cose che hanno a che fare col natale, ma è uno sforzo incredibile ricordarsi che lunedì sarà il 20.
La barca è solitaria. Ecco, si. Ora, qualcuno che legge queste righe avrà la barca tutta sua, come me forse per la prima volta dopo quasi un mese. La ciurma va per bar e la marinaia se ne sta al silenzio dell'ormeggio. Buffo sentirsi privilegiati per questo, quando tutto il mare che navigheremo a breve verrà a cancellare il rumore della terra. E ne avremo per giorni e notti infinite.
Ecco, si. In gran segreto dico: se c'è un luogo in cui non subisco il trascorrere del tempo, è questo.
Allora quanto durano cinque giorni? chiese il marinaio. Non so, rispose l'altra. Forse un tempo che non può essere calcolato in nessun modo. Forse potrei contare le onde e dirtelo, ma mi perderei nel vapore della schiuma di ogni onda e potrei non risponderti mai.
Allora, disse il marinaio, dimmi quant'è grande questo spazio.
Ma l'altra rimase interdetta: Non so, disse. Perchè potrei risponderti coi giorni necessari a traversarlo, ma siccome, stando appresso ad ogni onda, del tempo ho perso cognizione, potrei non risponderti mai.
Il marinaio pensò che era una cosa troppo complicata e non fece altre richieste.
Però poi guardò bene la marinaia e vide che aveva in testa un berretto, color rosso luccicante e un pon pon tutto bianco che scendeva alla fine sulla tempia scura.
Scusa, disse, questo dev'essere il tempo del natale.
Non so, rispose l'altra. Così avevo visto giorni fa in mezzo a certe vetrine. L'aria era calda e qualcuno cantava "oh happy, happy christmas". Era tutto perfettamente fuori tempo. Non saprei perciò dirti che tempo fosse. Io indossavo una canottiera e camminavo per la via. Sicuro, era un tempo diverso da questo, perchè c'erano negozi, un lungo marciapiede e tanti esseri umani sulla via, ma col trascorrere delle onde lontano dal molo ho perso il conto di tutto.
Non c'è una cosa al posto che avrebbe dovuto avere.
E con questo se ne andò il marinaio e se ne andarono i giorni. La marinaia restò sola e tutte le onde che arrivarono non furono in grado di rispondere a nessun nuovo quesito.
Non so. Forse come tutte le letterine scritte e affidate all'albero nell'atrio delle case.
Ho comprato altre cose che hanno a che fare col natale, ma è uno sforzo incredibile ricordarsi che lunedì sarà il 20.
La barca è solitaria. Ecco, si. Ora, qualcuno che legge queste righe avrà la barca tutta sua, come me forse per la prima volta dopo quasi un mese. La ciurma va per bar e la marinaia se ne sta al silenzio dell'ormeggio. Buffo sentirsi privilegiati per questo, quando tutto il mare che navigheremo a breve verrà a cancellare il rumore della terra. E ne avremo per giorni e notti infinite.
Ecco, si. In gran segreto dico: se c'è un luogo in cui non subisco il trascorrere del tempo, è questo.
Allora quanto durano cinque giorni? chiese il marinaio. Non so, rispose l'altra. Forse un tempo che non può essere calcolato in nessun modo. Forse potrei contare le onde e dirtelo, ma mi perderei nel vapore della schiuma di ogni onda e potrei non risponderti mai.
Allora, disse il marinaio, dimmi quant'è grande questo spazio.
Ma l'altra rimase interdetta: Non so, disse. Perchè potrei risponderti coi giorni necessari a traversarlo, ma siccome, stando appresso ad ogni onda, del tempo ho perso cognizione, potrei non risponderti mai.
Il marinaio pensò che era una cosa troppo complicata e non fece altre richieste.
Però poi guardò bene la marinaia e vide che aveva in testa un berretto, color rosso luccicante e un pon pon tutto bianco che scendeva alla fine sulla tempia scura.
Scusa, disse, questo dev'essere il tempo del natale.
Non so, rispose l'altra. Così avevo visto giorni fa in mezzo a certe vetrine. L'aria era calda e qualcuno cantava "oh happy, happy christmas". Era tutto perfettamente fuori tempo. Non saprei perciò dirti che tempo fosse. Io indossavo una canottiera e camminavo per la via. Sicuro, era un tempo diverso da questo, perchè c'erano negozi, un lungo marciapiede e tanti esseri umani sulla via, ma col trascorrere delle onde lontano dal molo ho perso il conto di tutto.
Non c'è una cosa al posto che avrebbe dovuto avere.
E con questo se ne andò il marinaio e se ne andarono i giorni. La marinaia restò sola e tutte le onde che arrivarono non furono in grado di rispondere a nessun nuovo quesito.
Non so. Forse come tutte le letterine scritte e affidate all'albero nell'atrio delle case.
sabato 18 dicembre 2010
Arrivi e partenze a Las Palmas
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Al mattino la marina è tranquilla. Sulla barca accanto la proprietaria ha già cominciato come ogni giorno a lavorare. Chiude gli osteriggi, tira fuori la manichetta dell'acqua, ordina le manovre in coperta, si gira verso il Two Moons, buenas dias mi dice. Il resto del mio equipaggio si sveglia pian piano. Eccoli in pozzetto mentre il sole guizza di tanto in tanto fra i cumuli bianchi di nuvole e scalda oltre la normale logica di ciò che per me significherebbe dicembre. Com'è dolce ingannare la stagione con la geografia.
A breve verrà il velaio a restituirci la randa strappata in mezzo all'atlantico. Quanti danni da risolvere, mentre la meteo non ci consentirà di partire prima di lunedì. Natale e capodanno saranno moltissimi meridiani più a ovest di Greenwich, lontani da ogni terra. Verrà forse a confondermi ancora il senso dei confini. L'orizzonte potrebbe prendersi gioco di noi e farci credere di navigare in un mare chiuso, o in questo modo dirci la verità.
La barca è un recinto oltre cui non c'è scampo.
Il porto è una porta.
Arrivare, partire, il dondolìo, l'onda, il sole, il mattino, le nuvole, il buio, la notte, l'andare, il rollare, il sogno, le guardie, l'oceano. Chi riuscirà a decidere a che cosa assomiglia di più il proprio animo?
Pensi che tutto sia incredibile? Tutto stupefacente? O sei solo uno scafo che tiene una rotta monotona, un pugno di intestini prigionieri dentro un breve cortile in vetroresina e galleggi per via di forze di cui non sei artefice nè ingegnere. Siamo forse gli esploratori del già dato.
Al piccolo bar davanti al molo arrivano naviganti ed aspiranti. Se ne stanno tutti là al bancone, bevono birre, mangiano patate fritte e puntillas, appendono al muro annunci di carta. Chiedono l'atlantico, il grande passaggio per l'ovest, chiedono tutti di sbarcare nell'altrove superando con le vele l'oceano.
Io mi godo lo strascico del piccolo tratto di oceano passato e già così di nuovo lontano.
Sono trascorsi quattro giorni e quattro notti dall'attracco a Las Palmas. Sembra un tempo infinito.
Mi piace strisciare la suola delle infradito sull'asfalto mentre mi reco ai bagni del marina per fare una doccia bollente.
A breve verrà il velaio a restituirci la randa strappata in mezzo all'atlantico. Quanti danni da risolvere, mentre la meteo non ci consentirà di partire prima di lunedì. Natale e capodanno saranno moltissimi meridiani più a ovest di Greenwich, lontani da ogni terra. Verrà forse a confondermi ancora il senso dei confini. L'orizzonte potrebbe prendersi gioco di noi e farci credere di navigare in un mare chiuso, o in questo modo dirci la verità.
La barca è un recinto oltre cui non c'è scampo.
Il porto è una porta.
Arrivare, partire, il dondolìo, l'onda, il sole, il mattino, le nuvole, il buio, la notte, l'andare, il rollare, il sogno, le guardie, l'oceano. Chi riuscirà a decidere a che cosa assomiglia di più il proprio animo?
Pensi che tutto sia incredibile? Tutto stupefacente? O sei solo uno scafo che tiene una rotta monotona, un pugno di intestini prigionieri dentro un breve cortile in vetroresina e galleggi per via di forze di cui non sei artefice nè ingegnere. Siamo forse gli esploratori del già dato.
Al piccolo bar davanti al molo arrivano naviganti ed aspiranti. Se ne stanno tutti là al bancone, bevono birre, mangiano patate fritte e puntillas, appendono al muro annunci di carta. Chiedono l'atlantico, il grande passaggio per l'ovest, chiedono tutti di sbarcare nell'altrove superando con le vele l'oceano.
Io mi godo lo strascico del piccolo tratto di oceano passato e già così di nuovo lontano.
Sono trascorsi quattro giorni e quattro notti dall'attracco a Las Palmas. Sembra un tempo infinito.
Mi piace strisciare la suola delle infradito sull'asfalto mentre mi reco ai bagni del marina per fare una doccia bollente.
mercoledì 8 dicembre 2010
Fine della sosta
Nel piccolo baretto in fondo al molo di Barbate sono in tanti ad aspettare il vento giusto. Accanto a questo tavolino, tre ragazzi spagnoli studiano la meteo per capire quando partire. Un altro spagnolo è qui da venerdì. Molliamo gli ormeggi tutti domani. Tutti per Canarie, che sia Las Palmas o Tenerfe. Sarà il vento a decidere.
Guarda, dice la barista dietro al bancone al suo uomo, il mare ha smesso di sbuffare. Non vola più oltre il molo, abbattendosi in banchina come la proboscide di un elefante.
Al mattino questo sorriso di mulatta mi preparava un succo di arancia gustoso.
Come dovranno sembrarle le vite di questi passanti in sosta sopra la sua terrazza?
A me lei sembra un sorriso confortevole, una chiacchiera morbida prima di mezzogiorno, un pane caldo appena sfornato.
Come mai premo sempre per partire, quando è la pausa in porto il momento più gentile?
Guarda, dice la barista dietro al bancone al suo uomo, il mare ha smesso di sbuffare. Non vola più oltre il molo, abbattendosi in banchina come la proboscide di un elefante.
Al mattino questo sorriso di mulatta mi preparava un succo di arancia gustoso.
Come dovranno sembrarle le vite di questi passanti in sosta sopra la sua terrazza?
A me lei sembra un sorriso confortevole, una chiacchiera morbida prima di mezzogiorno, un pane caldo appena sfornato.
Come mai premo sempre per partire, quando è la pausa in porto il momento più gentile?
lunedì 6 dicembre 2010
Passaggio d'Ercole
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Sfilano le coste del Marocco all’ora di pranzo. Eccoci, coperti d’onde, mentre la prua del Two Moons affonda dentro il vento dell’est e si fa spingere fuori dalle colonne d’Ercole. Oltre le antiche Calpe e Abila, odierne Gibilterra e Jebel Musa. Si, questo è già atlantico, dice Vik. Ecco perché la Linea de la conception si chiama così. Da qui nasce un mare diverso. Il nostro esotismo è qui. Le coste dell’Africa sulla sinistra. Sono proprio loro, sono così, montagne alte. Chi poteva immaginarsele tali. Il nostro esotismo cresce. Di orizzonti appena intravisti, sconosciuti. Il nostro orizzonte si carica di passione per qualcosa che non sappiamo cosa possa essere, ma è altro. E’ altrove. Dall’altro lato l’Europa. Siamo in mezzo allo stretto. Ci facciamo sedurre dall’immaginazione, da un miraggio che nasconde, nella mia ignoranza, vite tanto diverse da restare segrete. Io vedo i monti segreti dell’Africa e il mio mare è diventato un oceano. Quale sogno poteva essere più irreale di questo viaggio?
E adesso questo mare viaggia veloce e gonfio, col levante che ci soffia sopra a 50 nodi. I miei primi. Prendiamo tre straorze. La prua della barca se ne vola rapidissima verso il vento. Dobbiamo ridurre le vele. Stiamo volando. Le pinne dei delfini corrono sotto la nostra chiglia più veloci del log. Ecco, una pinna diversa, sembra stiracchiarsi fra le onde. E’ uno squalo. Il mio primo.
Barbate de la frontera compare, dopo sei ore di navigazione, sotto una pioggia insistente e fastidiosa. Anche qui. Sembrano case finte quelle che sorgono sul lungo spiaggione giallastro. Il porto è desolato. A cena finisce il gas e non abbiamo ricambio. La pasta ai broccoli sembra un risotto, ma al confronto col niente ci sembra decisamente buona.
lunedì 29 novembre 2010
Qui Gibilterra
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Non so quanto tempo sia passato. Un paio d'ore forse, con gli occhi chiusi sopra la bitta ad aspettare, sotto la pioggerella della notte spagnola. It's inusual mi diceva il poliziotto chiedendomi il passaporto. Ok, ma adesso lasciatemi riposare. Non sento più l'aria frizzante punzecchiarmi sotto la pelle. Mi si è fatta l'anima ermetica mentre attendo il mio passaggio per l'ovest.
Pochi secondi. I fanali di via del Two Moons li vedo spuntare sui bordi dell'ingresso del porto. Eccoli, dico. Mario si sveglia. Il Two Moons attracca sulla banchina dell'ultima darsena di Malaga. Le nostre valigie sono li, sul molo in cemento bagnato. I marinai del peschereccio accanto li vedo guardarci da dietro gli oblò mentre saltiamo a bordo. Pochi secondi. Superato il molo di sopraflutto siamo già dentro le onde di Alboran. Il vento da est sta aumentando. La Spagna è già altrove.
Il mare ci inghiotte, Vik. Onde al traverso, onde da dietro, onde da ovunque. Ci nascondono di molti metri sotto l'orizzonte.
Non ci sono perimetri di terre oltre i bordi del mare. Passa una notte. L'alba è dietro le nubi. Capo Europa arriva soltanto quando siamo a mezzo miglio da terra. E' la Gibilterra.
Sono già diventata un'abitudinaria nelle viuzze di questa colonia anglossassone.
Al mattino prendo due cup of coffee, di quello black, mentre gli altri tavolini del locale sopra il molo, tintinnano di bacon e burri spalmati sui tost. Mi piace il rumore che fanno gli inglesi a colazione. Mi piace il sole che spunta dalle vetrate di plastica del piccolo locale. Il mio equipaggio dorme ancora, dorme del sonno del giusto. Il mare di Alboran ha sfiancato i corpi, il riposo ci ha dotato di uno spirito migliore.
C'è un cielo celeste. Io penso che sia un cielo felice, ma il cielo prende sempre le sembianze di ciò che ci frulla dentro la carne.
Dove siamo? Perchè al fondo del continente europeo sembra di essere a Londra?
Perché dietro le piccole case del marina bay i palazzi alti e lucenti sembrano i trompe d'oeil disegnati da un artista di seconda mano?
Che confine labile questo che ci separa dal mondo reale.
Siamo a Gibilterra. Piove di nuovo. Andiamo in giro con le ceratte Musto, infradito e pantaloni arricciati sulle ginocchia. La gente normale sembra ignorare l'esistenza delle onde di Alboran.
Il Two Moons arriva da un mondo che non esiste.
Provenire dal mare significa non avere passato.
Perché nessuno può conoscerlo come l'hai conosciuto tu.
Pochi secondi. I fanali di via del Two Moons li vedo spuntare sui bordi dell'ingresso del porto. Eccoli, dico. Mario si sveglia. Il Two Moons attracca sulla banchina dell'ultima darsena di Malaga. Le nostre valigie sono li, sul molo in cemento bagnato. I marinai del peschereccio accanto li vedo guardarci da dietro gli oblò mentre saltiamo a bordo. Pochi secondi. Superato il molo di sopraflutto siamo già dentro le onde di Alboran. Il vento da est sta aumentando. La Spagna è già altrove.
Il mare ci inghiotte, Vik. Onde al traverso, onde da dietro, onde da ovunque. Ci nascondono di molti metri sotto l'orizzonte.
Non ci sono perimetri di terre oltre i bordi del mare. Passa una notte. L'alba è dietro le nubi. Capo Europa arriva soltanto quando siamo a mezzo miglio da terra. E' la Gibilterra.
Sono già diventata un'abitudinaria nelle viuzze di questa colonia anglossassone.
Al mattino prendo due cup of coffee, di quello black, mentre gli altri tavolini del locale sopra il molo, tintinnano di bacon e burri spalmati sui tost. Mi piace il rumore che fanno gli inglesi a colazione. Mi piace il sole che spunta dalle vetrate di plastica del piccolo locale. Il mio equipaggio dorme ancora, dorme del sonno del giusto. Il mare di Alboran ha sfiancato i corpi, il riposo ci ha dotato di uno spirito migliore.
C'è un cielo celeste. Io penso che sia un cielo felice, ma il cielo prende sempre le sembianze di ciò che ci frulla dentro la carne.
Dove siamo? Perchè al fondo del continente europeo sembra di essere a Londra?
Perché dietro le piccole case del marina bay i palazzi alti e lucenti sembrano i trompe d'oeil disegnati da un artista di seconda mano?
Che confine labile questo che ci separa dal mondo reale.
Siamo a Gibilterra. Piove di nuovo. Andiamo in giro con le ceratte Musto, infradito e pantaloni arricciati sulle ginocchia. La gente normale sembra ignorare l'esistenza delle onde di Alboran.
Il Two Moons arriva da un mondo che non esiste.
Provenire dal mare significa non avere passato.
Perché nessuno può conoscerlo come l'hai conosciuto tu.
giovedì 25 novembre 2010
Direzioni e distanze
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L'obiettivo che Mercatore si era prefissato era di realizzare una mappa che i marinai potessero utilizzare e sulla quale una linea retta restasse tale anche in mare. Gerardo enunciò il progetto in latino, in un riquadro esplicativo della mappa mondiale che finalmente produsse nel 1569: la proiezione, diceva, "dispiega su un piano la superficie del globo, in modo che i luoghi si trovino nella corretta posizione l'uno rispetto all'altro, per quanto riguarda sia le direzioni che le distanze, e con le corrette indicazioni di latitudine e longitudine". Il suo intento non era solo quello di aggiornare la raffigurazione corrente del pianeta, ma di produrre un nuovo tipo di mappa, con una nuova finalità, utile nella stessa misura a studiosi e a marinai, che rappresentasse la reale forma dei continenti con una distorsione minima.
Non solo una nuova versione, ma una nuova visione del mondo. (Andrew Taylor, "Il mondo di Mercatore").
I sogni si fanno
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