venerdì 12 febbraio 2010

domenica 17 gennaio 2010

Vele a Libeccio

La Terra si decise e parlò al Mare:
"Oggi ho voglia di soffiarti del vento, Mare. Sei d'accordo?"
"Fai come credi - disse il Mare – ma non chiedermi aiuto, oggi è domenica e sono a riposo"
La Terra scelse di soffiare il Libeccio così che il Mare non ebbe niente da fare, nemmeno gonfiarsi di onda.
"Lo senti come soffia?" chiese più tardi la Terra al Mare orgogliosa.
"Veramente io non sento nulla"
"Ma come - incalzò delusa la Terra - non senti come ti sviolina il vento sopra la pelle?"
"Ribadisco Terra, io non sento nulla. E mi sono ignoti i violini di cui parli"
"Oh insomma - si piccò la Terra - Possibile che fai proprio come la Luna? Anche tu nulla eh! Siete tutti uguali"
"Terra - disse il Mare annoiato - io non so che farci. La Luna giurò di non sentire nulla, a te e perfino al poeta. Perché dovrei io dirti cose diverse?"
"Andiamo Mare - disse la Terra materna - Sforzati un poco. Ti ho sollevato il Libeccio sopra la pancia e c'erano quattro esseri umani con le vele bianche che ti correvano addosso. Mandavano ululati al Cielo contenti. Dicevano di sentire violini nell'aria, suoni di sartie, raffiche festanti. E pur’io mi sento tutta ondeggiare”.
Il Mare restò impassibile alle insistenze della Terra:
"Terra, tu premi, ma io appena un solletico avvertivo al mattino. Ora più nulla. E se dici che gli esseri umani ululavano al Cielo, domanda a lui se non abbia sentito farfuglio"
"Al Cielo? Ma io col Cielo non riesco a parlare da anni. Prova a domandarglielo tu, che spesso ti confondi con lui e pare che quello ti somigli"
"Vuoi davvero che io disturbi il Cielo per questo? Va bene Terra, farò come chiedi"
Il Mare allora si mise più piatto e somigliò al Cielo sopra l'orizzonte. Poi schiarendo la voce chiamò:
"Cielo, sono il Mare, avrei bisogno di domandarti qualcosa"
Il Cielo spostò un nembo dall'occhio e guardò in basso:
"Qual buon vento Mare? E' ormai qualche tempo che non ti sentivo. Cos'hai da domandare? Sonnecchiavo sotto la mia coperta felpata d'altostrati"
"Perdona il disturbo Cielo, ma è la Terra che chiede di rivolgermi a te"
"La Terra? – domandò stupito il Cielo - E cosa mai vuol sapere da me la Terra? E perché non mi si rivolge lei stessa diretta, anziché domandare la tua intercessione?"
"Beh, Cielo, la Terra non è più in confidenza con te da tempo. Forse teme di disturbare. Così ha chiesto a me di parlarti ché, dice, pariamo talvolta della stessa sostanza"
"La nostra sostanza è simile sull'infinito, Mare. E' l'orizzonte lungo che ci rende mischiati alle volte. I troppi barattoli e scatolette di cui è costruita la Terra oramai l’hanno fatta ristretta e senz’eco. Più simile ai suoi umani che l’abitano, che a me medesimo. Ma dimmi, cos'aveva essa da chiedermi?"
"Beh, Cielo, la Terra è curiosa di sapere se per caso questa mattina tu avessi sentito violini armeggiare, raffiche di Libeccio in festa e ululati d'uomo contento"
Il Cielo alzò gli occhi a se stesso, in posa pensante. Fece silenzio per qualche momento. Poi disse:
"Ebbene Mare, dì pure alla Terra che ho sentito qualcosa. Ma non violini, né il Libeccio festante e nemmeno ululati"
"E cosa allora?" chiese il Mare curioso.
"Piuttosto un bisbiglio, caro Mare. Un bisbiglio come in quel film di Win Wenders in cui c'ero anch'io, ricordi?"
"Si, si - rispose il Mare - ho capito di che film parli. Non andasti in Germania per girarlo?"
"Già proprio così"
"E dimmi Cielo, anche qui sopra Porto Torres sentivi un bisbiglio di natura umana quest'oggi?"
"Esatto Mare"
"E cosa diceva questo bisbiglio d’uomo?"
"Beh vedi Mare, diceva: Infinito"
"Infinito?" chiese stupefatto il Mare
"Si Mare, ripeteva Infinito”
“E nient’altro?"
“Nient’altro”
“Capisco” pronunciò quello per la prima volta pensoso.
Allora il Mare si gonfiò appena, perdendo i connotati di Cielo. Tornò alla Terra che subito incalzò:
"Dunque, Mare? Che dice il Cielo? Ha sentito qualcosa anche lui?"
Il Mare si mise in posizione di mare e lambendo gli scogli disse:
"Ebbene Terra, oggi è a te che il Cielo somiglia".
Poi si rinchiuse in silenzio. Si accovacciò a fianco la costa e si mise in attesa, cosicché altri umani tornassero ad aprire vele che il vento di terra potesse trainare.


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sabato 2 gennaio 2010

Il furto del tempo

Cominciavo il 2009 osservando la calma ciaggadda del mare del primo gennaio e i gesti serafici di un pescatore che conquistava granchi. Il mare oggi non ha conservato la saggezza di allora. Strapazzato di notte da un libeccio rabbioso. L’onda si getta stanca su altra onda di ritorno dagli scogli. C’è un anno nuovo che si affaccia sopra il vecchio orizzonte. È una distanza che si misura col righello del tempo.
Ci fu un tizio una volta, sulle sponde di Silifke, che venne a raccontarmi di una teoria sul tempo e sullo spazio abbinandola all’uomo e alla donna. La donna, disse, è la regina del tempo lungo e dello spazio corto. L’ambiente stretto e la vita longeva l’hanno costretta al senso dell’attesa, alla necessità di un programma. Gravidanza, casa, comunità maturano conservazione, responsabilità al controllo, senso di proprietà, esercizio di custodia, bisogno di sicurezza. L’uomo, disse, è il coito, il tempo breve, l’impermanenza, la sazietà che si cerca e veloce si consuma. Ma il terreno di caccia è spazio illimitato, scoperta, furto e conquista di cose e di libertà. Gli uomini pisciano ovunque e la tazza del cesso è solo un luogo approssimativo i cui contorni sono altrettanto validi per pisciarci sopra.
Poi ci sono maschi e femmine che non rispettano i campi assegnati dal genere. Donne che si fanno marinai, in cerca di terreni vasti su cui sperimentare un programma e uomini che tentano di allungare il tempo per saziarsi di più.
Se si incontrano queste due specie, pensai, non vivranno a lungo insieme, perché tenteranno di depredarsi l’un l’altro.
Ci separammo. Il suo viaggio aveva davanti tutto l’est possibile. Io marciavo verso il ritorno, ad ovest. Sulla strada verso casa contavo ormai i giorni, non più lo spazio che mi separava dalla fine del viaggio.
Seduta sulla sedia di una piccola stanza fatta di vetri, misuro adesso il mare con il tempo lungo che passa e che viene di continuo. Anno vecchio, anno nuovo. Penso di sbieco alle parole del tizio che ha attraversato finora una decina di frontiere e che sta bagnandosi nelle acque di un oceano indiano.
In una sintesi di generi e teorie, me ne sto a sognare itinerari e distanze e a progettare nuovi furti del tempo.


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giovedì 24 dicembre 2009

Il gerundio del partire. Il participio passato dello scrivere

Ho un singhiozzo che mi fa sobbalzare. Impertinente come pochi stasera. Anzi l'ho conosciuto pochi minuti fa e da allora non mi molla. Ingranavo la terza sulla 131 ed era un problema farlo se non al ritmo che quello imponeva.. Meno male ho preso la 131 camionale. Dove non c'era nessuno e per poco non mi addormentavo. C'era il singhiozzo comunque a tenermi sveglia. Se troverete errori in questo poost sarà a causa sua, del si nghiozzo.
Per il resto pensavo al mollare gli ormeggi. Mi commuovevo un po' oggi a riguardare il momento dei due Fresi. Proprio l'atto del mollare le cime, lanciarle in banchina, salutare la folla sul molo. Loro lasciavano Porto Torres per avanzare verso ciò che non sapevano. L'ignoto attendeva. La Hellenspont li avrebbe recuperati sette mesi dopo nel cuore più profondo del Pacifico e Piero rischiò di non farcela.
Mollare gli ormeggi.
Caspitina il singhiosso... faccio sforzi per correggere ogni errore.
Mollare gli ormeggi e andare. E' un piacere che niente l'eguaglia. Significa: io vado. Io. Vado. Il resto è mare. Il resto lo vedrò. Sto partendo.
Mai gerundio era stato più gonfio. Mai più narrante il presente. L'azione più cocente. Sono in viaggio. Viaggiando. Ecco, non so che sarà di me. Non lo sapete voi, a cui pure comunico il mio stato, anzi il mio stando. E non lo so io.
Cosa succederà? A quelli toccò il naufragio nel mezzo del Pacifico, ma quando mollavano gli ormeggi davanti casa, come avrebbero potuto saperlo?
Mollare gli ormeggi significa tutto il possibile. E' come dire: sto respirando, non so se respirerò fra mezz'ora.
E poi pensavo allo scrivere.
Scrivere non è gerundio. Quando arriva, la scrittura è già compiuta, è un bene risolto, soddisfatto, dato, avuto. Non è mai un sto scrivendo. A chi può interessare questo fatto? Interesserà semmai lo scritto. Qualcosa che è in "scrivendo" non attrae nessuno. Solo ciò che è scrittò può avere dignità. Il gerundio dello scrittore è qualcosa di possibile solo per lo scrittore. Non per il leggente.
Non c'è pubblico per il mollare gli ormeggi della scrittura.
Ora, esistono due piaceri forti e distinti.
Quello del mollare gli ormeggi e quello dell'aver scritto.
Il primo non torna indietro a nessuno, il secondo si. In un caso hai lasciato che il destino si affidasse alla barca e che fossi tu l'unico protagonista, nell'altro hai restituito qualcosa.
L'uno però fa decollare gli ormoni del sogno e della speranza. L'altro è pura compiacenza.
Stasera nella piazzetta immacolata intitolata a un giurista di nome Domenico Azuni avrei dovuto decidere se fosse più forte dentro me la facoltà della scrittura, del restituire, o se vince invece il vento contromano, come l'ha definito un ubriaco passante e che non conosco, che spira da sud e che spingerebbe bene una barca verso il largo.
Da là lancerei gli ormeggi sopra la banchina per andare lontano, per non sapere quello che non so e quindi per sognare.
Ma poi avrei restituito qualcosa a qualcuno?



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mercoledì 11 novembre 2009

Il marinaio in polvere

Si fa tardi. Gli orari chiudono.
Le bionde continuano a spazzare le strade, ne siamo affascinati alle quattro del mattino, mentre i furgoncini dei cornettari scaricano paste dietro le vetrine accanto ai nostri piedi felici e colossei.
Le storie d'amore ci ferirono, offendevano i cuori, un affronto alla stabilità emotiva. Decine di messaggi crudeli e bellissimi facevano recapito sulle tue antenne di gallo ruspante. Attendevi che la perfezione ti cogliesse, ma s'è dispersa come la polvere sfugge alla scopa più accanita, sulla strada, sotto gli angoli dei marciapiedi, dentro le fessure delle porte che restano chiuse.
Possiamo decidere tutto. Tranne la polvere.
Era dal '68 che non buttavo giù due righe di pensieri dal terzo piano.
Non so più dove sia stata l'ultima volta. Credo in un paese straniero.
Il marinaio gettava anche lui versi sfasati alle onde e andava di corsa ad accarezzare il sale sopra le draglie.
Il marinaio inventava miscugli di parole,
lo ascoltava un dio qualunque, uno non suo,
prendeva appunti sopra un taccuino di cenere
soffiandoci sopra l'attimo dopo.


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domenica 18 ottobre 2009

Exit door

Non c'e' aria, solo pioggia e Istanbul non tiene. Un altro viaggiatore entra all'ostello, c'e' posto, ormai abbiamo tempo per tutto, anche per dimenticare l'Aya Sofia e la moschea blu. Orde di francesi banchettavano fra loro, un altro buenasdias senorita como estas? un altra mattina ad aspettare i ricordi sulla panchina piu' inutile di tutte. Il corno d'oro e' zeppo di pescatori anche alle due del mattino. Il mondo arriva in citta' e s'illude d'Oriente, raro chi usa questa porta per uscire. Il mercato di Kadıkoy suggerisce l'Anatolia, ma il Bosforo e' una menzogna e la maratona dei due continenti non parla kurdo, ignora i falafel di Aleppo, non sa di polvere ne' di dischı di pane stesi sui marciapiedi sporchi, non indossa il burka, non serve çay, non canta con la voce dei minareti. L'ultimo e' stato all'una. A Safranbolu fu una stella cadente ad ınterrompere la luce e una nuda gola a richiamare la preghiera. Quando sara' il prossimo muezzin?

sabato 10 ottobre 2009

Sinope


A Sinop non c'entro nulla. Cosi mi piace rimanere. Nella cıtta' in cui Diogene nacque e comincio' a cercare l'uomo, io trovo un caffe' delle Amazzoni sdoganate da turban e veli d'Islam. Impilano tessere di okey takimi e l'unico uomo del locale serve çay in silenzio. Un cane bianco continuo a vederlo ogni volta che salgo su un autobus. Un nano spunta da una bassa porticina all'angolo buio della strada, come ieri. Nessuno che parli una lingua conosciuta.