Penso a questo spazio sempre, specie ora. Poi non ci arrivo perché seguo le vicissitudini dell'ora locale, Dodecanneso, Simi-Rodi, Rodi-Simi. Non c'è vela, non c'è vento, non c'è ombra che conforti l'equipaggio.
L'aria forte l'abbiamo lasciata il mese scorso. Ora comincia l'asfissia e non si intravede una fine concreta. Il comandante dice: non c'è tempo da perdere, è d'uopo esser lesti, necessaria la perfezione. Il comandante ordina: appennelliamo l'ancora, diamo fondo qui, diamo fondo li, salpiamo, pranziamo, filiamo un cavo di poppa, molliamo, silenzio, ordine, accidenti, lavastoviglie, lavatrice, non stendere, non sbattere, non dire falsa testimonianza, l'aria condizionata, il pensiero condizionato, l'umore condizionato, la prua, la poppa, diamo fondo, salpiamo, apriamo le vele, è tutto pronto per sbandare?
Il marinaio guarda il mare, sogna cose non sue, ha la testa piena di tutto, vorrebbe svuotarla, piscia nel gavone dell'ancora, non sa niente di come sta girando il mondo fuori dal mare, e ciò sembra tanto, ma è niente.
Siamo in pieno Egeo, l'abbiamo attraversato, sporcando i sogni del passato con un presente acerbo, malandato, splendente di novità, come sempre il presente ne porta. Di libri possiamo leggerne meno, leggiamo di letteratura e salti mortali, leggiamo di diritto, obbligazioni, persone fisiche e giuridiche, leggiamo a volte con la testa altrove, a volte abbiamo la testa sui libri e non sull'ancora che salpa. A volte l'ancora s'incastra ai fondali, a volte ricevere ordini suscita disordini. E' una navigazione teatrale, psicologica, molto, molto superficiale, meravigliosa ancora. Il nostro navigare è il luogo in cui sveliamo i segreti, li assopiamo, facciamo finta di niente, come un bambino già consapevole dell'eleganza civile, che si scaccoli comunque con due dita nel naso senza dare nell'occhio.
Siamo dei bugiardi con fondi di verità dentro il bicchiere, siamo gente stizzosa, allegra, malinconica, sensuale, audace, gente che ha del coraggio da vendere quando si tratta di celare la propria codardia. Facciamo programmi e non sappiamo su quale pentagramma accordarli. E non sappiamo scrivere. Sappiamo solo copiare, senza essere certi della nostra innocenza, e ce ne andiamo così. Qualcuno lacrima a prua, ma in breve il meltemi o un vento qualunque, un vento senza nome e senza letteratura, asciuga in fretta il pianto, vento vigliacco, dannato, non sa quanto tempo abbiamo impiegato a fabbricar lacrime, non sa quanto tempo è occorso per costruire il dolore di cui ci lagnamo. Ce ne andiamo domani e non sappiamo come rammaricarci stasera, vorremmo festeggiare l'addio con un pianto di disperazione e facendo l'amore piangendo sopra un sorriso senza destinazione, ma non abbiamo le stanze adatte per farlo, anche se siamo padroni di tutto.
L'equipaggio intanto non riesce a prendere sonno e brandeggia, poichè la branda, il giaciglio ai nostri sogni penzola da un lato e dall'altro in cerca di quiete. Ha guardato la luna nascere, crescere, levarsi e calare ancora, rimpicciolirsi, sudare come se il sole la importunasse scandalosamente.
E' possibile che siano trascorsi due mesi e la veranda del mio lungomare appartenga ad altri. E' possibile che abbia dimenticato qualcosa o qualcuno, ma l'oblio è solo accidentale e temporaneo. Una tazzina di ceramica sotto la finestra sporca di caffè, di un caffè lontano, di chissà quale mattino appena tiepido e piacevole, quand'era ancora primavera e non pensavo ad ordini e disordini. La primavera è degenerata da tempo. Non c'è posto migliore in cui stare.
martedì 10 agosto 2010
giovedì 10 giugno 2010
Estate
Si metta a verbale che l'estate è cominciata stanotte. Ma l'estate è in gerundio. Sta nascendo tutta d'un soffio mentre compilo elenchi puntati di occorrenze e la finestra dello studiolo è per la prima volta aperta. Le vie di Sassari vecchia odorano di Castellorizo e di Zante. I lampioni notturni colorano in arancione le strade strette di pietra; il bordo basso dei muri. Le case fanno silenzio. C'è odore di umido sottile, ancora da venire. Per adesso è solo caldo serale, insolito. Aria tiepida in arrivo da sud. Deve essere così. Il ritardo è pazzesco, ma tocca perdonarlo. Il cielo esprime il suo verdetto e poi si manifesta. E sul mare svolazza la tenda leggera e trasparente della cucina e la polvere dei pilastri sul pavimento e su tutti i mobili s'alza.
Attende la barca ai pontili di un'altra sponda lontana, di partire. S'incroceranno le rotte o si terranno a distanza, approderanno sugli stessi moli in tempi diversi. I bordi dei pontili odorano già di gelsomino da qualche parte. E chissà se il cappello di paglia del guardiano di un porto del sud sta richiamando prue di naviganti al suo ormeggio. Il caldo è arrivato senza portare tappeti azzurri di velelle sotto i balconi. Sono già quasi tutti partiti senza avvisare. Ultimi minuti ancora prima del gong ufficiale: prepararsi.
Attende la barca ai pontili di un'altra sponda lontana, di partire. S'incroceranno le rotte o si terranno a distanza, approderanno sugli stessi moli in tempi diversi. I bordi dei pontili odorano già di gelsomino da qualche parte. E chissà se il cappello di paglia del guardiano di un porto del sud sta richiamando prue di naviganti al suo ormeggio. Il caldo è arrivato senza portare tappeti azzurri di velelle sotto i balconi. Sono già quasi tutti partiti senza avvisare. Ultimi minuti ancora prima del gong ufficiale: prepararsi.
sabato 29 maggio 2010
Candidati
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sindaco
La mia macchina s'è inceppata sul lungomare della città. Non sapeva più da che parte pecorrerlo. I sensi sono di nuovo confusi. Unici e in tutti i versi.
Ho deciso di prendere questo ennesimo cambio di senso come la volontà degli amministratori di mantenerci cittadini attenti. E io lo sono stata. Alzando le braccia repentinamente due notti fa in segno di allarme - il mio amico Simone lo sa - ho impedito che un disgraziato in contromano inconsapevole andasse a sbattere contro una panda che veniva nel senso giusto. Ho i riflessi più vigili della municipale.
Voglio dunque un sindaco che lotti contro i radicali liberi. Che lotti contro l'oblio. Che seppellisca i resti obsoleti di una città antica e tenga vivo il ricordo di un'agonia industriale. Voglio un sindaco che ami fare grandi discorsi. Che parli, che parli. Che dica tutto ciò che va detto. E che non si scomodi troppo nel letto la sera a progettare il giorno che viene. Voglio un consigliere che badi alle cose concrete nella vita e mangi porcetto fin quanto può.
Voglio affacciarmi domani e trovare un nuovo senso di marcia con tanti maialini che corrono e grugniscono in tutte le direzioni. Voglio tenermi confusa. Restare viva. Galleggiare.
Voglio avere tante luminarie a Natale, che mi illuminino il sorriso se mai dovessero trovarmelo spento.
Voglio dire che la mia città ha tante navi in porto perché la mia è una città importante. Anche se poi s'è alzato il grecale e le navi sono rimaste in trappola.
Voglio avere un parco che ho sentito chiamare "circo mendes", che almeno ci facessero il circo. Invece mi piace che se ne stia là, zitto zitto in disparte, come fosse il giardino segreto di un re fantasma.
Io voglio svegliarmi domani e trovare un mare nero. Sporco ma che nessuno me lo dica. Voglio insozzarmi tutta di policlorobifenile e affogarmici i pensieri dentro. Voglio avere una torre occupata e tante croci a mo' di cimitero inglese, che visto così almeno il prato verde fa la sua figura. Meglio degli scavi archeologici polverosi che c'erano un tempo.
A me la polvere non piace. Io voglio una città pulita senza niente dentro. Una città coi bordi falciati, ma solo fino a un certo punto, che anche l'erba alta c'ha il suo perché. Una città fatta senz'anima. Una città a cui non devo pensare più.
Una città di cui non posso più immaginare il litorale. Ché è stato tagliato via, e dopo il fiume non avanza altro.
Una città il cui ponte che resta non porti altrove.
Candidati, donne e uomini candidi di intenzioni e speranza. Siete tanti quest'anno. E per vedervi tutti mi tenevo a distanza dalla costa stasera. E vi sognavo dal largo.
La vostra città ha già provato tanti sensi di marcia. Ha venduto spiagge per rifarsene qualcuna più in la. Ha annerito i suoi cieli e cantato in migliaia di processioni. Ha pianto un giorno per ciclisti disgraziati dimenticandoli tutta la vita. La vostra città ha storto la bocca sempre e per vincere non sarà necessario promettere di restituire una città candida.
Mi viene un poco da storcere la bocca pure a me.
Ma io sono solo uno scoglio che tenta di tenersi asciutto.
Io sono come questa città e forse domani vi darò un voto una volta ancora sperando di ottenere nuove spugnette e mocio vileda per tutti.
Ho deciso di prendere questo ennesimo cambio di senso come la volontà degli amministratori di mantenerci cittadini attenti. E io lo sono stata. Alzando le braccia repentinamente due notti fa in segno di allarme - il mio amico Simone lo sa - ho impedito che un disgraziato in contromano inconsapevole andasse a sbattere contro una panda che veniva nel senso giusto. Ho i riflessi più vigili della municipale.
Voglio dunque un sindaco che lotti contro i radicali liberi. Che lotti contro l'oblio. Che seppellisca i resti obsoleti di una città antica e tenga vivo il ricordo di un'agonia industriale. Voglio un sindaco che ami fare grandi discorsi. Che parli, che parli. Che dica tutto ciò che va detto. E che non si scomodi troppo nel letto la sera a progettare il giorno che viene. Voglio un consigliere che badi alle cose concrete nella vita e mangi porcetto fin quanto può.
Voglio affacciarmi domani e trovare un nuovo senso di marcia con tanti maialini che corrono e grugniscono in tutte le direzioni. Voglio tenermi confusa. Restare viva. Galleggiare.
Voglio avere tante luminarie a Natale, che mi illuminino il sorriso se mai dovessero trovarmelo spento.
Voglio dire che la mia città ha tante navi in porto perché la mia è una città importante. Anche se poi s'è alzato il grecale e le navi sono rimaste in trappola.
Voglio avere un parco che ho sentito chiamare "circo mendes", che almeno ci facessero il circo. Invece mi piace che se ne stia là, zitto zitto in disparte, come fosse il giardino segreto di un re fantasma.
Io voglio svegliarmi domani e trovare un mare nero. Sporco ma che nessuno me lo dica. Voglio insozzarmi tutta di policlorobifenile e affogarmici i pensieri dentro. Voglio avere una torre occupata e tante croci a mo' di cimitero inglese, che visto così almeno il prato verde fa la sua figura. Meglio degli scavi archeologici polverosi che c'erano un tempo.
A me la polvere non piace. Io voglio una città pulita senza niente dentro. Una città coi bordi falciati, ma solo fino a un certo punto, che anche l'erba alta c'ha il suo perché. Una città fatta senz'anima. Una città a cui non devo pensare più.
Una città di cui non posso più immaginare il litorale. Ché è stato tagliato via, e dopo il fiume non avanza altro.
Una città il cui ponte che resta non porti altrove.
Candidati, donne e uomini candidi di intenzioni e speranza. Siete tanti quest'anno. E per vedervi tutti mi tenevo a distanza dalla costa stasera. E vi sognavo dal largo.
La vostra città ha già provato tanti sensi di marcia. Ha venduto spiagge per rifarsene qualcuna più in la. Ha annerito i suoi cieli e cantato in migliaia di processioni. Ha pianto un giorno per ciclisti disgraziati dimenticandoli tutta la vita. La vostra città ha storto la bocca sempre e per vincere non sarà necessario promettere di restituire una città candida.
Mi viene un poco da storcere la bocca pure a me.
Ma io sono solo uno scoglio che tenta di tenersi asciutto.
Io sono come questa città e forse domani vi darò un voto una volta ancora sperando di ottenere nuove spugnette e mocio vileda per tutti.
domenica 2 maggio 2010
Sposa

Avevamo meno della metà degli anni che abbiamo, ma il tempo confonde. Ci muovevamo come gatte dagli occhi lunghi e il manto a vapore. Restavamo fino a tardi a parlare. Il cielo assisteva e si lasciava commentare docile alle suggestioni. Eri un personaggio di tutti i tempi. Eri una dama dell'ottocento francese, o un'eroina della rivoluzione, eri Cat Woman ma ti ho trovato fra le scritture di Milan Kundera ed ogni volta che penso a Sabina e Tomàs ho l'onirica sensazione che ci sia stata anche tu fra le vie di Praga in quel tempo.
Le maniche del tuo abito arrivano quasi fino al pavimento. Una falena gigante agita le ali nella sala da ballo. Le danzatrici fanno vibrare i culi tra i veli. Ti girano attorno battendo le mani. In gran segreto hanno già filato la ragnatela che scompiglierai la prima notte di nozze. Gli uomini sono mulini a vento che saltano intanto come canguri a tempo. Tu eri la moretta con gli occhi verdi. Prendevi aliscafi segreti e planavi concreta. Leggevi molti libri tra cui Stephen King ed eri un portento a parlare francese. Me lo ricordo bene.
Ti porgo l'anello e ti unisci all'uomo fantastico. Sei lacrimante e forte. Hai gli occhi lucenti che ti ho sempre trovato.
venerdì 5 marzo 2010
mercoledì 17 febbraio 2010
"Fidanzata ufficialmente" da Facebook
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matrimonio,
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società virtuale
Quest'anno non sono stata al carnevale dionisiaco di Bosa, non a Mamoiada e nemmeno in piazza San Marco tra gli abiti del '700 veneziano. A dire il vero non ho nemmeno partecipato a festini privati né a balli in costume. Eppure a mascherarmi non ho rinunciato. Il mio abito l'ho preso su Facebook.
Dopo aver scelto dal menù delle impostazioni quale indossare, ho spuntato la casella e in un batter d'ali di falena, mi sono vestita da "ufficialmente fidanzata". La validità e gli effetti sono stati immediati.
Una cosa da brividi. Intanto perché ho realizzato che il modo migliore per restare single è quello di aggiornare la propria situazione sentimentale in "fidanzata". Tutti ti credono, per dinci! E se non ti affretti a ristabilire la realtà delle cose rischi di restare davvero fuori dal giro, come notava il primo commentatore al mio status. Mi dispiace però deludere tutti coloro, anche persone che non vedo né frequento da tempo, che senza soffermarsi troppo sulla meraviglia mi avevano già fatto ufficialissimi auguri.
Qualche amico ha persino telefonato la sera.
Il fatto è che Facebook funziona meglio di un anello al dito. Più evidente, più immediatamente raggiungente di una qualsiasi partecipazione di nozze. E anche nel caso di matrimonio, avete pensato che fosse possibile fare come questi due che aggiornarono il cambio di status direttamente all'altare, persino prima che il prete pronunciasse le fatidiche parole?
Ma gli effetti non stanno solo nei commenti.
Il brivido è anche questo. Hai come un'idea di aver esagerato. La maschera va in eccesso, rischi che ti si appiccichi addosso come pelle vera. C'è una strana sensazione nel percepire persino il proprio corpo, quando vai in giro per le strade dopo aver comunicato al tuo social network di fiducia che sei ufficialmente fidanzato. Sei quasi indotto a credere tu per primo a ciò che hai comunicato al mondo e che il mondo ha preso per buono. La sorpresa è tale che d'improvviso diventi estraneo a te stesso. E in un'epoca in cui il matrimonio è solo una fra le varie opzioni di vita amorosa comune, quale termine più formale ed ampolloso di "fidanzato ufficiale"? Roba da corredo e richiesta di mano al padre della sposa futura.
La società virtuale è un'estensione di quella reale, un potere aggiunto. I commentatori dicono "???", dicono "uau!", dicono "auguri!". Persino gli amici più stretti. Spunti una casella e sei altro.
Non sono un'apocalittica e anzi ho capito che ad integrarsi Facebook funziona, eccome. Ma Facebook ha anche questo potere: di richiamarti alla tua vera identità. Troppo difficile restare appesi a un etichetta fasulla.
Adesso basta quindi. Le definizioni ufficiali mi portano orticaria, dal vivo e dal virtuale.
Girerò il mio stato sentimentale alla casella dell'oblio. La narrazione amorosa di me stessa resterà una questione privata. Non saprete mai più da Facebook se ho il fidanzato o se resto zitella.
(Ps. ho ovviamente considerato la possibilità che non ve ne freghi un benedetto piffero)
Dopo aver scelto dal menù delle impostazioni quale indossare, ho spuntato la casella e in un batter d'ali di falena, mi sono vestita da "ufficialmente fidanzata". La validità e gli effetti sono stati immediati.
Una cosa da brividi. Intanto perché ho realizzato che il modo migliore per restare single è quello di aggiornare la propria situazione sentimentale in "fidanzata". Tutti ti credono, per dinci! E se non ti affretti a ristabilire la realtà delle cose rischi di restare davvero fuori dal giro, come notava il primo commentatore al mio status. Mi dispiace però deludere tutti coloro, anche persone che non vedo né frequento da tempo, che senza soffermarsi troppo sulla meraviglia mi avevano già fatto ufficialissimi auguri.
Qualche amico ha persino telefonato la sera.
Il fatto è che Facebook funziona meglio di un anello al dito. Più evidente, più immediatamente raggiungente di una qualsiasi partecipazione di nozze. E anche nel caso di matrimonio, avete pensato che fosse possibile fare come questi due che aggiornarono il cambio di status direttamente all'altare, persino prima che il prete pronunciasse le fatidiche parole?
Ma gli effetti non stanno solo nei commenti.
Il brivido è anche questo. Hai come un'idea di aver esagerato. La maschera va in eccesso, rischi che ti si appiccichi addosso come pelle vera. C'è una strana sensazione nel percepire persino il proprio corpo, quando vai in giro per le strade dopo aver comunicato al tuo social network di fiducia che sei ufficialmente fidanzato. Sei quasi indotto a credere tu per primo a ciò che hai comunicato al mondo e che il mondo ha preso per buono. La sorpresa è tale che d'improvviso diventi estraneo a te stesso. E in un'epoca in cui il matrimonio è solo una fra le varie opzioni di vita amorosa comune, quale termine più formale ed ampolloso di "fidanzato ufficiale"? Roba da corredo e richiesta di mano al padre della sposa futura.
La società virtuale è un'estensione di quella reale, un potere aggiunto. I commentatori dicono "???", dicono "uau!", dicono "auguri!". Persino gli amici più stretti. Spunti una casella e sei altro.
Non sono un'apocalittica e anzi ho capito che ad integrarsi Facebook funziona, eccome. Ma Facebook ha anche questo potere: di richiamarti alla tua vera identità. Troppo difficile restare appesi a un etichetta fasulla.
Adesso basta quindi. Le definizioni ufficiali mi portano orticaria, dal vivo e dal virtuale.
Girerò il mio stato sentimentale alla casella dell'oblio. La narrazione amorosa di me stessa resterà una questione privata. Non saprete mai più da Facebook se ho il fidanzato o se resto zitella.
(Ps. ho ovviamente considerato la possibilità che non ve ne freghi un benedetto piffero)
sabato 13 febbraio 2010
Il paesaggio di oggi
Ecco. Era semplicemente tutto diverso. Non abbiamo fatto nulla noi, nient'altro che svegliarci ieri dai letti soliti e chi prima, chi dopo, spalancare gli occhi, ancora cisposi, ancora presi nel retro dei sogni compiuti e lasciati, ancora con la solita tazzina di caffè in mano o già sulla strada dei pc sopra la scrivania, o pronti per andare a scuola, a lavoro, all'asilo a portare i figlioli.
Ecco, il cane ha bussato con le zampe alla porta di casa e facendolo entrare abbiamo capito. Aveva il manto bianco. Sulle finestre abbiamo avvicinato i nasi, col fianco della mano fredda abbiamo cancellato la nebbiolina sul vetro per guardare meglio. Eravamo increduli. Non abbiamo fatto altro che affacciarci e trovare un paesaggio diverso. La nostra città come il manto del cane, bianca, immobile, dentro il cotone.
La mia amica se ne stava in giro dalle sei e mezza ad esplorare questo luogo inventato in una notte.
La spiaggia, i tetti delle case, gli scogli alle Acque Dolci, le strade intatte ancora, le barche e i pontili, il Ponte Romano, le terme di Re Barbaro, i tubi del fenolo in dismissione, le bitte del molo industriale.
Chissà se le petroliere, languide e ormeggiate a due miglia dalla costa s'erano ricoperte anche loro.
Non abbiamo fatto niente ma tutto era cambiato. Un giorno solo, nell'unica notte sotto lo zero e vento immobile che non capitava da 25 anni. Nella vita degli studenti era la prima volta in assoluto.
E allora tutti in giro a scoprire, a vedere. Come sarà Balai? Si sarà ricoperto anche il delfino dello Scogliolungo? E la chiesetta lontana sarà più bianca? E il mare? Il mare? Come avrà reagito a questo candore inatteso?
Mamma svegliati! Svegliati! Guarda fuori dalla finestra!
Guarda i cani! Guarda i cani come corrono e fanno scompiglio lasciando tracce dove ancora nessuno era passato.
Bimbi! Andiamo presto! Andiamo! Facciamo un giro sul lungomare ma mettetevi guanti e stivaletti! Facciamo le foto dai! Facciamo mille fotografie di questo paesaggio sconosciuto. Chi l'avrebbe mai detto che questa sostanza immacolata sarebbe arrivata fin qui, fino a noi.
Ecco, oggi è tornata ogni cosa alla normalità. Abbiamo gli occhi fatti di vernice vecchia. Il cane ha il pelo di sempre. Lo spettacolo dalle finestre è già andato in onda, abbiamo perso la prima e l'ultima.
Ma cosa c'è di diverso dal paesaggio di ieri?
Perché non dovremmo essere in grado di avere occhi nuovi sempre?
La neve era una provocazione.
Come un amico in viaggio da un Paese lontano manda una cartolina augurandoci di vedere presto anche noi quel paesaggio dal vivo.
La neve ha detto: "Ecco, guardate come vi faccio bella oggi la città. Domani potreste pensarci voi, per un giorno vi lascio disoccupati, semplicemente state a guardare. Ma domani...Domani cosa aspettate?"
Ieri era tutto diverso. Oggi gli uomini e le donne dovranno conservare diverso lo sguardo, tenere un sospiro di emozione sopra i vetri delle finestre, uscire fuori per scoprire qualcosa di nuovo, pensare: "Come sarà oggi il Ponte Romano? Come sarà Balai? Come sarà vedere la città dalla collina del Faro? Come potremmo immaginare anche oggi bello il nostro paesaggio e poi realizzarlo?"
Ecco, il cane ha bussato con le zampe alla porta di casa e facendolo entrare abbiamo capito. Aveva il manto bianco. Sulle finestre abbiamo avvicinato i nasi, col fianco della mano fredda abbiamo cancellato la nebbiolina sul vetro per guardare meglio. Eravamo increduli. Non abbiamo fatto altro che affacciarci e trovare un paesaggio diverso. La nostra città come il manto del cane, bianca, immobile, dentro il cotone.
La mia amica se ne stava in giro dalle sei e mezza ad esplorare questo luogo inventato in una notte.
La spiaggia, i tetti delle case, gli scogli alle Acque Dolci, le strade intatte ancora, le barche e i pontili, il Ponte Romano, le terme di Re Barbaro, i tubi del fenolo in dismissione, le bitte del molo industriale.
Chissà se le petroliere, languide e ormeggiate a due miglia dalla costa s'erano ricoperte anche loro.
Non abbiamo fatto niente ma tutto era cambiato. Un giorno solo, nell'unica notte sotto lo zero e vento immobile che non capitava da 25 anni. Nella vita degli studenti era la prima volta in assoluto.
E allora tutti in giro a scoprire, a vedere. Come sarà Balai? Si sarà ricoperto anche il delfino dello Scogliolungo? E la chiesetta lontana sarà più bianca? E il mare? Il mare? Come avrà reagito a questo candore inatteso?
Mamma svegliati! Svegliati! Guarda fuori dalla finestra!
Guarda i cani! Guarda i cani come corrono e fanno scompiglio lasciando tracce dove ancora nessuno era passato.
Bimbi! Andiamo presto! Andiamo! Facciamo un giro sul lungomare ma mettetevi guanti e stivaletti! Facciamo le foto dai! Facciamo mille fotografie di questo paesaggio sconosciuto. Chi l'avrebbe mai detto che questa sostanza immacolata sarebbe arrivata fin qui, fino a noi.
Ecco, oggi è tornata ogni cosa alla normalità. Abbiamo gli occhi fatti di vernice vecchia. Il cane ha il pelo di sempre. Lo spettacolo dalle finestre è già andato in onda, abbiamo perso la prima e l'ultima.
Ma cosa c'è di diverso dal paesaggio di ieri?
Perché non dovremmo essere in grado di avere occhi nuovi sempre?
La neve era una provocazione.
Come un amico in viaggio da un Paese lontano manda una cartolina augurandoci di vedere presto anche noi quel paesaggio dal vivo.
La neve ha detto: "Ecco, guardate come vi faccio bella oggi la città. Domani potreste pensarci voi, per un giorno vi lascio disoccupati, semplicemente state a guardare. Ma domani...Domani cosa aspettate?"
Ieri era tutto diverso. Oggi gli uomini e le donne dovranno conservare diverso lo sguardo, tenere un sospiro di emozione sopra i vetri delle finestre, uscire fuori per scoprire qualcosa di nuovo, pensare: "Come sarà oggi il Ponte Romano? Come sarà Balai? Come sarà vedere la città dalla collina del Faro? Come potremmo immaginare anche oggi bello il nostro paesaggio e poi realizzarlo?"
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